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Tra Biden e Trump: USA allo sbando

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Inutile negarlo. Gli Stati Uniti vivono un momento nel quale la distanza tra narrazione e realtà è così abissale da risultare a tratti comica. Dura ormai da qualche anno, prima del ritorno di Trump, e mostra la testardaggine di chi non vuole ammettere di essersi perso.

Joe Biden ha governato la prima potenza mondiale con l’Alzheimer. È quanto emerge con sempre maggiore chiarezza dalle memorie, dai retroscena, dai volti imbarazzati di chi gli stava accanto e sapeva. L’apparato democratico, consulenti, spin doctor, moglie, cerchio magico, ha scelto di tenere in campo un uomo che faticava a riconoscere gli interlocutori pur di non rinunciare a quella poltrona. Una scelta di potere travestita da continuità istituzionale. La democrazia più antica del mondo, quella che esporta costituzioni e tiene corsi agli altri, ha mandato avanti per mesi un fantoccio di stato. Con tutto il rispetto per il fantoccio.

Poi è arrivato Trump. Di nuovo.

E Donald Trump non è demente, detto con onestà intellettuale, ma qualcosa di diverso e perfino più inquietante. È il vecchio scassacazzi di quartiere moltiplicato per trecento milioni di abitanti. Quello che ti ferma per strada e ti racconta, per la quindicesima volta, di quanto lui fosse leale, generoso, cortese, mentre litiga con il vicino, con il postino, con il sindaco, con il Papa e con tutti gli alleati della NATO. Una rissa continua, condotta con la convinzione granitica di essere l’unico adulto nella stanza.

Tra i due a me par di vedere una continuità perfetta. Biden e Trump sono facce diverse della stessa medaglia, che è quella di un sistema che ha smesso da tempo di selezionare i migliori e si è specializzato nel produrre i più visibili. La democrazia americana non è malata di vecchiaia, con tutti gli acciacchi che questa porta con sé, è malata di architettura. I collegi elettorali che distorcono il voto popolare, le primarie che premiano le frange più eccitate, un Senato dove il Wyoming vale quanto la California, i finanziamenti privati illimitati che trasformano ogni campagna in un’asta. Dentro questa struttura, Biden e Trump non sono anomalie ma il prodotto più coerente.

Il punto che si fatica ad ammettere, almeno in Europa, è che Trump non ha vinto per caso né per imbroglio. Ha vinto perché intercetta un malessere reale. Decenni di globalizzazione che ha arricchito le coste e svuotato l’interno, di promesse bipartisan sistematicamente disattese, di un establishment che predicava valori mentre tutelava rendite. La rabbia americana è fondata, magari la terapia scelta è sbagliata, ma il paziente non ha torto a sentirsi malato.

E noi europei, che osserviamo con quella smorfia tra il divertito e il preoccupato?

Faremmo bene ad abbassare la guardia dall’ironia. Perché il problema americano è la selezione verso il basso, la politica come spettacolo, il populismo come risposta a disuguaglianze reali. E non è affatto un’esclusiva americana ma un virus che viaggia bene, con i sistemi immunitari europei che non sono poi così robusti come ci raccontiamo.

Nel frattempo, a Washington, l’uomo che litiga con tutti twitta alle tre di notte, minaccia dazi, insulta alleati, rivendica fedeltà che nessuno gli ha mai giurato e gloria che nessuno ricorda. E il mondo, con un misto di incredulità e rassegnazione, va avanti lo stesso.

La più antica delle democrazie. Una volta faceva paura, poi ispirazione, poi scuola, adesso fa soprattutto notizia.

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