Venerdì 18 settembre, primo giorno “vero” per molte scuole. A Centocelle un tredicenne entra in classe, va in bagno a indossare un casco con telecamera, torna, spruzza spray urticante sul volto di un’insegnante di sessantasei anni e la accoltella, colpendola alla cieca, subito dopo averla accecata. La diretta su Telegram, che aveva annunciato, non parte per un dettaglio tecnico.
Il preside ha detto quello che si dice sempre in questi casi. Nessuna avvisaglia, mai stato un ragazzo problematico, né a scuola né in famiglia.
Sei mesi prima, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, un altro tredicenne aveva accoltellato la sua insegnante di francese, Chiara Mocchi. Non era stato un gesto improvvisato. Aveva comprato il coltello online e scritto un manifesto “ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata”. Aveva pianificato la diretta Telegram, e due giorni prima aveva chiesto a un contatto se, in caso di diretta, l’avrebbe aiutato a registrarla e diffonderla. Il suo contatto, un diciassettenne, gli aveva risposto di lasciar perdere: “io ho 17 anni, tu 13. Mi caccerei in guai seri.” Dopo il fatto, interrogato, il tredicenne si è detto dispiaciuto. Non per l’aggressione, ma per non averla uccisa.
Su questi due episodi, e su tutti quelli simili che li hanno preceduti, il dibattito pubblico si muove sempre lungo lo stesso binario. La soluzione invocata è quella di più controlli agli ingressi, metal detector, divieto di smartphone in classe, limiti d’età per i social. Un binario che presuppone una risposta già data a una domanda che invece, a mio parere, resta aperta e viene sistematicamente elusa.
E la domanda è questa: quel tredicenne che scrive un manifesto, compra online l’arma, orchestra la ripresa, si informa tra pari sul rischio penale che corre, è ancora il bambino che la nostra cultura pensa di conoscere? Il bambino bisognoso di educazione, incapace di comprendere fino in fondo la portata di un gesto, da correggere e proteggere anche da se stesso? O è già, semplicemente, una persona compiuta che sceglie, calcola, decide e che si limita a trovarsi, per pura fortuna anagrafica, sotto una soglia di legge che la esenta dalle conseguenze?
La domanda non è retorica, ed è per questo che la risposta cambia quello che viene dopo.
Se è vera la prima ipotesi, il problema è semplicemente di sicurezza e prevenzione. Si tratta di impedire che un’incoscienza infantile, l’incapacità di misurare davvero cosa significhi un coltello, abbia accesso a strumenti pericolosi. Metal detector, filtri e sorveglianza hanno senso, sono la risposta logica a un rischio accidentale.
Se invece è vera la seconda, tutto questo apparato diventa quasi irrilevante. Diventa un modo di trattare come un incidente quello che è, in realtà, una decisione. E la domanda che allora dovremmo porci non sarebbe più “come impediamo l’accesso all’arma”, ma una molto più complicata e scomoda: come è possibile che un ragazzino cresciuto in una delle culture che più al mondo vezzeggia, protegge e prolunga l’infanzia, che gli dedica pedagogisti, letteratura, diritti specifici, una scuola pensata apposta per accompagnarlo, sviluppi comunque una lucidità operativa da adulto premeditante, e in certi casi la freddezza di chi pianifica un omicidio come si pianifica un progetto?
L’articolo 97 del codice penale, va detto con precisione, non risponde a questa domanda ma la aggira. Non dice che un tredicenne è stato valutato e giudicato incapace di intendere e di volere. Dice che sotto quella soglia di età la domanda non si pone, per tutti, in modo assoluto e senza eccezioni per presunzione di legge. E proprio per questo il caso di Bergamo è così significativo con il manifesto, l’acquisto premeditato, la regia della diretta, la consapevolezza esplicita discussa in chat con un coetaneo della propria condizione di irresponsabilità penale, sono tutti elementi che, per un imputabile, un giudice userebbe come prova di piena capacità di intendere e di volere, anzi come aggravante da premeditazione. Ma la legge, in questo caso, non li guarda affatto perché ha deciso, per tutti indistintamente, di non fare quella domanda.
Attenti che non è la prima volta nella storia che la minore età viene sfruttata come scudo operativo. Lo sanno bene i clan mafiosi e camorristici che per decenni hanno usato i minori non imputabili come corrieri, vedette, in alcuni casi esecutori, proprio perché la legge non li tocca. La differenza, qui, è che non c’è più nessuna organizzazione esterna a reclutare, istruire, sfruttare il ragazzino. Il tredicenne di Bergamo si è organizzato da solo, trovando tra pari, in una chat con un diciassettenne, tutto quello che gli serviva. Dal permesso implicito alla consulenza informale sul rischio, e persino un pubblico pronto a guardare. Nessun adulto criminale lo ha usato ma ha scoperto e usato da sé l’infrastruttura giuridica che una società intera si è costruita in decenni per proteggerlo.
Io la risposta alla domanda che ho posto non ce l’ho, ma sospetto che nessuno ce l’abbia davvero. E temo che sia una domanda a cui la nostra cultura preferisce non rispondere, perché entrambe le risposte risultano scomode.
Ma continuare a discutere di metal detector e di smartphone come se la domanda fosse già chiusa, come se bastasse impedire l’accesso allo strumento per impedire l’accesso all’intenzione, è una forma di sollievo a buon mercato. Il coltello, a Centocelle come a Bergamo, non è stato il problema. È stato solo l’ultimo passo di una decisione che un bambino, molto prima di quella mattina, aveva già preso dopo averla maturata a lungo.












