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Vita da Sanchez

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Annus horribilis per Sanchez, il primo ministro spagnolo. Tra gli scandali riguardanti il suo partito e l’ex premier Zapatero e gli attacchi di quel pazzerello di Trump, neanche il tempo di fare pace con gli americani giusto qualche settimana fa, che scatta un casino epocale con i marocchini.

Il 9 luglio, ad Ankara, Donald Trump chiude lo scontro sulla NATO con la sua consueta grazia diplomatica, dicendo che la Spagna “si è completamente riscattata”. Ventuno giorni dopo, il 30 luglio, migliaia di persone attraversano a nuoto e scavalcando reti la frontiera di Ceuta, e Pedro Sánchez si ritrova a difendersi da Roma, da Vox, e, con ogni probabilità, da Rabat. Il tempo di un vertice tra le due date, appena il tempo di respirare.

Forse Sánchez potrebbe essere semplicemente l’uomo nuovo che rompe gli equilibri, e che per questo va incontro a un fuoco di sbarramento continuo. Oppure potrebbe soltanto essere oppresso da un pizzico di sfortuna oggettiva, da qualche errore di calcolo suo, o le due cose insieme, mescolate in proporzioni che nessuno ha davvero interesse a distinguere con precisione.

In effetti, gli elementi per dar credito alla prima ipotesi ci sono. Da marzo Sánchez è, tra i leader di peso dell’Europa occidentale, l’unico che ha detto no a Washington su un dossier caldo negando l’uso delle basi di Rota e Morón per le operazioni contro l’Iran. Ha rifiutato di alzare la spesa militare al 5% del PIL chiesto da Trump, si è beccato la minaccia di uno stop commerciale totale e, cosa che nel trattato del 1949 non è nemmeno prevista ma tant’è, l’ipotesi di essere estromesso dalla NATO. Così mentre la Germania di Merz incassava gli affondi di Trump senza reagire pubblicamente e Starmer si smarcava dalla guerra con eleganza britannica, Sánchez ha scelto la linea dura, pagandola in tempo reale.

È il tipo di autonomia di cui si parla spesso (non solo a proposito, va detto) di Mattei e Craxi e che pochi mesi fa sembrava un residuato archeologico della Prima Repubblica italiana. Quell’autonomia che, quando qualcuno la esercita davvero, oggi, lascia puntualmente un conto da pagare.

La seconda ipotesi ha bisogno di onestà estrema per non rischiare di scrivere la storia che vorremmo leggere invece di quella accaduta. La crisi di Ceuta scoppia per un detonatore tecnico-giuridico preciso che è la sentenza 814/2026 del Tribunale Supremo spagnolo, che ha escluso il respingimento immediato per chi dovesse arrivare sul suolo spagnolo a nuoto.

Solo che quella sentenza spiega soltanto una minoranza degli ingressi, secondo le stime non più di un quarto dei tentativi, poiché accanto a chi ha cominciato a tentare di entrare a nuoto il restante 75% degli ingressi è passato dal valico di frontiera o scavalcando le reti, due canali che la sentenza non tocca affatto.

Il sospetto che nasce qui si sposta su un attore che nessuno, per motivi opposti, ha convenienza a nominare. Rafforzato da un dato di fatto, che le forze di sicurezza marocchine, per giorni impegnate a intercettare chi tentava la traversata in mare, improvvisamente non muovono un dito quando la stessa gente passa dal valico. Con il tutto che avviene pochi giorni dopo la visita di Sánchez ad Algeri, la nemica storica di Rabat sul Sahara Occidentale e proprio mentre a pochi chilometri da Ceuta si celebrava la Festa del Trono.

Ovviamente non è una prova, piuttosto un disegno para complottista? Più banalmente è uno schema, lo stesso schema del 2021, quando Rabat allentò i controlli per punire Madrid sul caso Ghali, che si ripete con una coerenza sufficiente a renderlo l’ipotesi più plausibile pur senza renderlo un fatto accertato.

Alla fine la risposta onesta, quella che non fa un bel titolo ma che regge alla lettura di chi ha voglia di controllare le date, è che l’accaduto si spiega con entrambe le cose, senza che nessuna delle due basti da sola.

Sánchez non è un semplice bersaglio designato di una regia unica. Sarebbe comodo, ma non ci sono prove che Washington e Rabat si siano coordinati, e anzi il tempismo con gli USA racconta piuttosto un raffreddamento, non un’escalation, nei giorni immediatamente precedenti Ceuta. Ma non è nemmeno solo sfortuna istituzionale o un incidente giudiziario isolato. Sembra piuttosto la somma, del tutto scoordinata, di tre pressioni che convergono sullo stesso bersaglio nello stesso semestre. Da una parte Washington sulla NATO, da un’altra Rabat sui migranti e poi la destra europea (con Vox in testa e Meloni pronta a cavalcare l’onda) sulla narrazione interna. Proprio perché quel bersaglio è, in questo momento, l’unico leader europeo di peso ad aver provato a comportarsi da sovrano invece che da alleato disciplinato.

Il sospetto è che non serva un complotto per produrre un assedio mediatico. È sufficiente che tre attori diversi, per ragioni diverse, abbiano tutti convenienza a colpire nello stesso punto debole. Senza che nessuno di loro debba nemmeno telefonare agli altri per saperlo.

L’altro tema è la sovranità degli Stati, il famigerato sovranismo. Quando qualcuno la esercita sul serio, non produce applausi ma fatture, una via l’altra, che rischi di dover pagare tutte insieme.

Intanto, per Sánchez, a luglio resta il mondiale vinto e la faccia di Trump che premiava gli spagnoli nello stadio di East Rutherford, salito sul palco a consegnare una coppa che, fino a poche settimane prima, aveva giurato di non voler nemmeno guardare. A chiarire che anche l’imbarazzo degli altri è una forma di sovranità.

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