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Perdonare o remigrare? Il dilemma dell’insegnante

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Una professoressa di sessantasei anni viene accoltellata tre volte in classe da un tredicenne che ha portato due coltelli da subacqueo, si è preparato nel bagno della scuola, ha piazzato una telecamera sul casco e ha aperto una diretta su Telegram. Poche ore dopo, al telefono con un giornalista, lei dice di averlo già perdonato e di volerlo abbracciare. A quel punto la cronaca ha finito il suo lavoro e ne comincia un altro: trasformare una vittima in un argomento.

La sequenza ormai è rodata. C’è la lama, che regge il primo titolo. C’è il perdono, che regge il secondo e consegna la morale già confezionata: gli insegnanti sono una categoria di masochisti. Stavolta c’è anche un bonus: la signora ha scritto sui social di essere favorevole alla remigrazione, e a fermare il ragazzo è stato un compagno di origine congolese. Fare la domanda era legittimo, i post erano pubblici. La sproporzione è nell’uso. La risposta (“nulla di incongruente”, ha diritto di stare qui, diverso è chi delinque) è la solita distinzione tra la persona in carne e ossa e la categoria astratta, che praticano più o meno tutti. Ma l’accostamento fa scintille, con la vittima che perdona chi l’ha colpita e sembra non volere chi l’ha salvata. Presi da soli, i due temi scaldano poco. Insieme fanno un flame perfetto.

Il copione precede gli attori. A Trescore, a marzo, la professoressa ferita al collo dettò dal letto d’ospedale una lettera in cui dice di non portare né rabbia né paura. Un sito la titolò “Parole di perdono”, e nel testo quella parola non compare. La cornice era pronta prima del quadro.

La parte che mi interessa di più è quella dei colleghi. Nei social, in rete, nei commenti sotto gli articoli, i docenti chiedono se sia già partita la dichiarazione di perdono, e proseguono a colpi di “martiri” e “sacerdoti”, di “categoria” che si vuole male da sola. Rifiutano la cornice (“non ci rappresenta”) e la adottano nello stesso respiro (“la nostra categoria”). Il passaggio dal singolo al gruppo, che il dispositivo mediatico deve compiere per fare notizia, lo compiono loro, gratis.

Chi insegna sa, però, che non ogni scuola ospita un ragazzino pronto ad accoltellarlo, e i numeri gli danno ragione. Il ministero conta 71 aggressioni nel 2023-24, 51 nel 2024-25, 4 nei primi mesi del 2025-26. Ma registra solo quelle con denuncia formale, e a Parma due docenti picchiati hanno scelto di non sporgerla. Una ricerca del CNR riportata da EduNews24 dice che il 3,6% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha colpito un insegnante. Sono due misure diverse, e chi grida all’emergenza e chi rivendica il calo dell’81% parla di cose non paragonabili. Nelle aggressioni registrate, gli autori sono familiari degli alunni nel 47,8% dei casi, studenti nel 44,9%. Il genitore fa notizia meno del tredicenne con la GoPro, quindi sparisce. L’allarme “andare a scuola è pericoloso” forse è gonfiato, il disagio che ci sta sotto no.

La domanda che in tutto questo rumore non è stata fatta a nessuno è cosa succedeva nella vita di quel ragazzino, con quel profilo, con quel gruppo dall’altra parte dello schermo. Perdono e remigrazione fanno più tendenza e hanno occupato il suo posto.

Il dilemma “perdonare o remigrare” non era della professoressa, gliel’hanno costruito intorno. Il vero dilemma dell’insegnante è come si sta in una scuola che ha paura di cose che non misura e non guarda davvero quelle che vede da vicino.

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