Il copione è stato rispettato in ogni sua parte, proprio come nelle recite di fine anno, dove ognuno ha imparato la sua battuta e aspetta solo che tocchi a lui. Giorgia Meloni ha annunciato dal palco della festa di Gioventù Nazionale un tetto agli alunni stranieri nelle classi, e già che c’era il divieto di burqa e niqab a scuola. L’opposizione è puntualmente insorta. Il giorno dopo, inaugurando l’anno scolastico ad Amatrice, il Presidente della Repubblica ha ricordato che la scuola è aperta a tutti e deve evitare i ghetti. Un appuntamento fissato da tempo, quello di Amatrice, per carità, ma parole che tutti hanno letto come una replica e che hanno portato anche il Quirinale a recitare una parte nel copione. La premier ha risposto a sua volta, assicurando di non averle intese come una critica, che è il modo più elegante per far sapere di averle intese benissimo. E ha ricordato che proprio Mattarella, da ministro dell’Istruzione, firmava circolari per non concentrare gli alunni stranieri nelle stesse classi. Era il 1990.
Ora, tutto questo discorso sulla scuola ha poco a che fare con la scuola e molto con le urne. Il governo ha preso un tema che divide un’opinione pubblica già abbastanza politicizzata di suo, quello della presenza degli stranieri in classe, e lo ha sistemato con cura accanto a una questione molto più complicata, il velo integrale e, sullo sfondo, l’integralismo islamico. Il risultato è una discussione in cui ciascuno recita la propria parte con grande convinzione. E in cui, a guardarla bene, tutti usano argomenti di trentacinque anni fa.
Per capire meglio conviene allora andare a vedere com’era la scuola di trentacinque anni fa. Nell’anno scolastico 1989/90 gli alunni stranieri erano più o meno due ogni mille. La stessa circolare del 1990 riportava un’indagine secondo cui quasi tutte le scuole che ne ospitavano ne avevano uno o due, mentre quelle con più di venti erano poche e stavano generalmente nelle grandi città. Chi era in classe allora se lo ricorda. L’alunno straniero era un avvenimento, veniva guardato con la curiosità che si riservava ai supplenti e alle gite, e dopo una settimana giocava a pallone con gli altri. Il ministero si chiedeva come inserire bene quel bambino. Ed era la domanda giusta, per quella scuola.
Oggi gli alunni con cittadinanza non italiana sono poco meno di un milione, con una popolazione scolastica che nel frattempo si è ridotta a poco più di otto milioni. Perché anche questo va detto. Due alunni stranieri su tre sono nati in Italia, parlano italiano, spesso con l’accento del quartiere in cui abitano, e di straniero hanno soprattutto il passaporto. Poi ci sono le zone, al Nord in particolare, dove le famiglie immigrate si concentrano per motivi economici, tanto che una sezione su otto della scuola dell’infanzia statale supera il 30% di bambini stranieri. E ci sono le classi in cui l’italiano, davvero, lo capiscono in pochi. Esistono, e chi ci insegna lo sa bene. Secondo il ministero sono meno di mille, quasi tutte alle elementari.
Il problema del 1989 era l’inserimento di un bambino. Quello del 2026 è la concentrazione di molti, e la lingua ne è la parte più acuta ma anche la più circoscritta.
Le circolari di Mattarella, a rileggerle per intero come in questi giorni hanno fatto in pochi, contengono due cose. La prima è quella che citano tutti. Distribuire gli alunni stranieri “in ragione di qualche unità soltanto per classe”, con un limite di cinque per gruppo linguistico che arrivava addirittura da un decreto del 1982, scritto per recepire una direttiva europea sui figli dei lavoratori migranti. La seconda non la cita nessuno. Distinguere chi è appena arrivato da chi è in Italia da tempo. Puntare sulla scuola materna. Usare le prove di italiano per programmare il lavoro e non per selezionare. Organizzare laboratori linguistici, chiamare i mediatori, formare gli insegnanti all’italiano come lingua seconda.
Il paradosso evidente è che della ricetta del 1989 tutti invocano la parte scaduta e ignorano quella ancora buona. Distribuire si può quando gli stranieri sono uno o due per scuola. Quando un quartiere intero ha la stessa composizione, la scuola vicina somiglia come una sorella a quella di partenza, e spostare un bambino significa mandarlo lontano da casa. Lo si è già visto con la circolare Gelmini del 2010, che fissò la soglia del 30% e rimase sulla carta sotto governi di ogni colore. La parte buona, invece, è proprio quella che il ministro Valditara ha recuperato nella sua precisazione, quando ha spiegato che conterà la lingua e non il passaporto e che chi ha frequentato la materna in Italia non entrerà nel conteggio. Solo che il provvedimento resta costruito sull’altra metà, lo spostamento degli alunni affidato agli uffici scolastici territoriali.
Il surreale, a ben vedere, è distribuito con equità, il che è già più di quanto si riesca a fare con gli alunni. La destra propone uno strumento pensato per la scuola dell’eccezione e lo applica a un fenomeno ormai strutturale. La sinistra difende un modello interculturale nato quando in classe c’era un bambino straniero ogni tanto, e lo difende senza dire che cosa si fa dove i bambini di origine straniera sono la maggioranza. In mezzo ci sono i presidi, che fanno notare una cosa che non trova posto in nessuno dei due copioni. In molti piccoli comuni, e in qualche periferia, sono proprio gli alunni stranieri a tenere aperti i plessi. Altro che tetto. Lì, senza di loro, si chiuderebbe la scuola.
La domanda che manca è facile da porre e costosa da risolvere. Che cosa si fa dove la concentrazione c’è e non si può distribuire? Altrove ci hanno provato in modi diversi. I Paesi Bassi danno più risorse alle scuole che accolgono più alunni svantaggiati, pesando ciascuno in base alle condizioni della famiglia. La Spagna, dove servono molte ore di sostegno linguistico, riduce il numero di alunni per classe. La Danimarca distribuisce davvero, ma con un test di lingua prima della primaria e il trasporto gratuito per chi viene mandato altrove. Nessuno di questi modelli è perfetto, naturalmente. Ma sono risposte a un problema del 2026.
Poi c’è un’altra questione che il clamore copre, quella delle ragazze di alcune comunità che dopo le medie spariscono dalla scuola. A sinistra c’è chi propone di alzare l’obbligo fino ai diciotto anni e chiudere le scappatoie. È uno dei pochi temi su cui destra e sinistra potrebbero perfino trovarsi d’accordo, il che forse spiega perché nessuno lo metta in cima all’agenda.
Il fatto è che la discussione surreale conviene a tutti. Conviene al governo, che parla all’elettorato alla sua destra, dove il generale Vannacci aspetta con pazienza chiunque si distragga. Conviene all’opposizione, che ritrova una battaglia di principio in cui sentirsi dalla parte giusta senza dover fare i conti.
Risolvere il problema vero invece costa. Richiede insegnanti, ore, mediatori, bilanci, e soprattutto non fa titolo. Così si continua a discutere di circolari del 1990 o nel migliore dei casi del 2010, ognuno sventolando la propria copia. E nelle mille classi dove l’italiano lo capiscono in pochi, domattina, qualcuno dovrà comunque fare lezione.












