C’è un moralismo da quattro soldi che imperversa in questo paese quando si parla di giustizia, ed è il moralismo del dubbio ragionevole brandito come un’arma di redenzione civile contro il dolore delle vittime. Sentiamo ripetere, con quella supponenza da salotto televisivo che tanto ci caratterizza, che davanti all’ipotesi di un Alberto Stasi innocente, di un innocente in carcere (orrore degli orrori!) la società intera dovrebbe fermarsi, tremare, e magari pentirsi. E guardiamo con sospetto i genitori di Chiara Poggi quando irrigidiscono lo sguardo, sbarrano le porte e dicono, sostanzialmente: per noi va bene così.
Fa orrore, vero? Fa orrore al borghese illuminato, quello che preferirebbe mille colpevoli in libertà pur di non avere un innocente in cella. Bella formula, nobile principio. Peccato che la vita non sia un manuale di diritto processuale, e il dolore non conosca il principio dell’in dubio pro reo.
Ai coniugi Poggi non frega nulla delle nuove perizie sul Dna, dei sofismi dei periti di parte, delle macchine della verità e dei terzi incomodi. Loro hanno una sentenza della Cassazione alla quale aggrapparsi. Per 17 anni quella sentenza è stata la loro religione, l’idolatria di un frammento di ordine in un universo che l’8 agosto 2007 è crollato insieme alla porta di quella casa a Garlasco.
A loro si chiede, con crudele ingenuità, di accogliere il dubbio. Ma il dubbio, per chi ha seppellito una figlia scannata, è l’anticamera della follia. Se Stasi è innocente, significa che il mostro è ancora a piede libero. Significa che la giustizia, quella di cui si fidavano, li ha ingannati. Significa che il lutto non ha fine, che non c’è catarsi, che non c’è pace. E quindi loro rifiutano il dubbio con una forza dogmatica, ferrea, quasi fanatica. E non è irrazionale sete di vendetta ma un modo per sopravvivere psicologicamente a quanto accaduto. È la disperata, tragica pretesa di voler chiudere gli occhi davanti all’abisso, aggrappandosi all’unica verità processuale che gli è stata concessa. È orribile? È umano, troppo umano forse.
Il diritto, però, non può farsi carico di questa disperata antropologia. La macchina della giustizia deve essere fredda, cieca e sorda al lutto. La difesa di Stasi fa il suo mestiere, un mestiere nobile e necessario in ogni democrazia liberale battendo il ferro del dubbio. E se quel dubbio, un giorno, dovesse farsi certezza, i giudici della Cassazione dovranno avere il coraggio di scardinare il verbo, di smentire se stessi, di rimettere in libertà un uomo e di lasciare i Poggi nel deserto di una verità che svanisce. Ai giudici la toga e il bisturi. A loro l’onere di essere spietatamente razionali.
Ma a noi, spettatori di questa strage processuale e mediatica, si chiede un minimo di decenza intellettuale. Smettiamola di scandalizzarci per la rigidità dei Poggi. Non chiediamo a un padre e a una madre, crocifissi su una condanna che speravano definitiva, di fare gli avvocati difensori del garante. Loro non vogliono la verità, vogliono la pace del cimitero. E se questa pace si chiama Alberto Stasi in carcere, per loro va benissimo così. È un atteggiamento spaventoso? Sicuramente. Ma è il prezzo che il trauma esige. Il dubbio è un lusso. Per chi è morto, per chi è morto in quel modo assurdo e per chi i morti li piange, resta solo appigliarsi al dogma.












