Diciamola tutta: il voto segreto non serve a dire la verità per il popolo sovrano. Serve piuttosto ai parlamentari a dirla a se stessi. Per un istante, protetti dall’anonimato, smettono di essere rappresentanti e tornano semplicemente elettori di se stessi. Ed è lì, nel segreto dell’urna di Montecitorio, che martedì sera è emersa la fotografia più onesta della Terza Repubblica, che dice una cosa poco “popolare”. Nessuno, in nessuno schieramento, vuole davvero che i cittadini scelgano chi li rappresenta.
Partiamo dai numeri. 188 no, 187 sì. Un voto. Almeno trenta franchi tiratori, quasi tutti tra Lega e Forza Italia, secondo i primi conteggi da capannello. Giorgia Meloni aveva chiesto la fiducia non con la prassi istituzionale ma con un post su Facebook, sfidando le opposizioni al voto palese perché, diceva, “ognuno metta la faccia”. Due giorni prima aveva anche avvertito gli alleati: se l’emendamento non passa, si va al voto. Una minaccia pensata per disciplinare che si è ritorta contro chi l’ha pronunciata.
Dentro la maggioranza l’ipotesi più credibile non è ideologica ma assai più materiale. Circola la voce di una protesta sommersa delle donne di centrodestra, arrabbiate per un meccanismo di alternanza di genere che scattava solo dal terzo nome in lista, lasciando capolista bloccato e primo nome sulla scheda potenzialmente dello stesso sesso. Quindi non un tradimento politico ma un interesse concreto e immediato sulla propria collocazione elettorale. E poi c’è il sospetto, tutto da verificare, di un trasversale “partito del pareggio”, parlamentari di ogni colore convinti che una legislatura senza maggioranze nette convenga più della governabilità, perché nell’incertezza ogni seggio pesa il doppio e ogni deputato diventa merce rara.
Dall’altra parte dell’emiciclo, però, il racconto delle opposizioni come paladine dei cittadini traditi non regge a un controllo sommario. Le opposizioni non hanno chiesto il voto segreto per garantire le preferenze. L’hanno chiesto per smascherare le crepe della maggioranza, sapendo perfettamente che l’anonimato avrebbe funzionato meglio come detonatore interno al centrodestra che come strumento di rappresentanza popolare. Il Movimento 5 Stelle aveva un proprio emendamento sulle preferenze, ritirato insieme a quasi tutti gli altri nella seduta notturna di protesta. Il campo largo ha vinto la battaglia tattica e ha perso, quella sera, l’occasione di dimostrare che le preferenze le vuole davvero, non solo quando servono a far cadere l’avversario.
È la stessa storia da trent’anni, cambiano solo gli attori. Dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Rosatellum fino allo Stabilicum di oggi, ogni riforma elettorale italiana ha attraversato governi di ogni colore mantenendo intatto un solo principio, la lista bloccata come garanzia reciproca tra apparati. Non protegge il deputato debole dal giudizio dell’elettore. Protegge il capocorrente dal deputato che, con un mandato personale, potrebbe permettersi di pensare con la propria testa.
Il voto segreto di martedì non ha tradito nessun mandato popolare. Ha semplicemente tolto la maschera a chi, da destra a sinistra, non ha mai voluto un mandato di cui dar conto agli elettori e non al suo capocorrente.












