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Il funerale dei bocciati senza scuorno

funerale dei bocciati

Ebbene sì, sono napoletano. E quando avevo quindici anni, lo scuorno (la vergogna) era la misura con cui si cresceva in mezzo agli altri. Non era un sentimento fra i tanti, era la bilancia con cui pesavamo gli altri e, soprattutto, noi stessi. “Pigliati scuorno” non era un’offesa, era un richiamo all’ordine, il più severo che conoscessimo.

Ti ricordava che esisteva uno sguardo, quello della famiglia, del quartiere, dei compagni, rispetto al quale ciò che facevi aveva un peso, e che quel peso lo dovevi sentire dentro. Era invadente e faticoso. A volte era ingiusto, perché lo scuorno era anche controllo, era il vicinato che ti misurava e non perdonava. Ma era comunque la grammatica condivisa. Ti vergognavi perché contavi per qualcuno, e perché avevi fatto tuo il metro con cui quel qualcuno ti guardava.

Lo dico perché un trend di questi giorni mi ha messo davanti, in trenta secondi, la misura esatta di quanto quel codice sia evaporato. Su TikTok spopola il funerale del bocciato. Banchi accatastati a forma di bara, tromba funebre in sottofondo, compagni schierati in silenzio d’ordinanza, e il “senatore”, il veterano della classe che poi sarebbe un ripetente incallito, il decano retrocesso in serie B come un calciatore a fine corsa, accompagnato all’estremo saluto. C’è il celebrante, c’è il chierichetto. C’è tutto. Manca una cosa sola, ed è proprio quella di cui parlavo: lo scuorno.

Mi colpisce, prima di ogni giudizio, la natura surreale del fatto. Farsi bocciare, oggi, è già di per sé un’impresa. In una scuola che non vuole bocciare nessuno, che para, recupera, offre debiti, sportelli, mille uscite di sicurezza, arrivare alla bocciatura non è il naufragio di chi non ce la fa. È la diserzione di chi non vuole spendere niente per niente. È il rifiuto programmatico dello sforzo, eretto a stile di vita. E la coreografia lo conferma, perché chi subisse davvero quella sconfitta non avrebbe l’animo di metterla in scena. La regia del video scherzoso, quasi un festeggiamento del notevole risultato ottenuto, è la firma del dolo.

Da qui i tre capi d’accusa, in ordine crescente di gravità. Che vi dico con il rischio di fare il vecchio fino in fondo.

Il primo. La bocciatura non è più fonte di scuorno ma è un’occasione di visibilità. Ma attenzione, non è che cercano lo spettacolo invece di vergognarsi. Hanno sostituito una categoria morale, la vergogna, che presuppone un dentro, con una categoria puramente ottica, la visibilità, che esiste solo fuori, nello sguardo altrui che li conta. Hanno barattato la coscienza con l’audience. Lo scuorno ti chiedeva conto davanti a te stesso; la visibilità ti dispensa, gentilmente, dall’avere un te stesso.

Il secondo l’ho già detto, la bocciatura come atto deliberatamente ricercato. In una scuola del tutti promossi, farsi bocciare richiede una volontà negativa precisa. Rarissimamente oramai è caduta. È scelta deliberata anche se non vissuta come tale. E lo spettacolo non attenua la colpa ma la aggrava, perché trasforma la diserzione in trofeo. Più views fa il funerale, più la sconfitta frutta in un’inversione completa di valore per la quale non solo la bocciatura non pesa, ma rende. E rende proprio perché esibisce il disprezzo verso ciò che dovrebbe pesare.

Il terzo è quello che mi ferma davvero. Il funerale, con il prete e il chierichetto finti, la liturgia mimata, il silenzio rubato ai funerali di Stato. E qui qualcuno obietterà che si è sempre giocato con la morte, che la goliardia è antica quanto la scuola. Vero. Ma è proprio il confronto con la goliardia a smascherare la faccenda. Il goliarda giocava con la morte da una posizione di forza. Il “Gaudeamus igitur” canta godiamoci la giovinezza perché la terra ci avrà tutti, è il memento mori rovesciato in festa. Il carnevale, la danza macabra, la veglia contadina in cui si beveva accanto al morto, erano tutti esorcismi, e l’esorcismo presuppone il sacro. Per scongiurare il demone devi credere che il demone esista. Si irrideva la morte perché se ne conosceva esattamente il peso, e l’irrisione era lo strumento con cui ce ne si difendeva.

Questi non esorcizzano niente, perché non hanno mai posseduto ciò che servirebbe esorcizzare. Mimano la più antica forma con cui l’umanità ha riconosciuto che la morte ha un peso di fronte al quale ci si ferma, ci si copre il capo, si tace sul serio, e la usano per una pagella senza il minimo brivido. Perché per loro un funerale, una partita persa e una verifica andata male appartengono allo stesso registro, nel quale tutto è ugualmente leggero, tutto è ugualmente contenuto, niente pesa più di niente. La stessa tromba, lo stesso silenzio, servirebbero per una sconfitta a calcetto. Non è blasfemia, perché la blasfemia sa cosa sta offendendo. Non è goliardia, perché la goliardia sa cosa sta esorcizzando. È strafottenza operosa.

C’è, nel mare dei commenti sotto quei video, chi si indigna nel modo sbagliato, con il tono moralista che è quello che di solito evito, sentimentale fino allo stucchevole. Eppure, sotto il birignao, c’è un sospetto giusto. Che si stia giocando con qualcosa con cui sarebbe meglio non giocare. Chi scrive lo sente ma lo dice male. Loro non lo sentono affatto, e per questo lo mettono in scena benissimo.

E qui la faccenda smette di essere un episodio di costume e rischia di diventare un pronostico. Se una generazione ha appiattito tutti i pesi sullo stesso livello, la morte e la bocciatura, il sacro e il trend, non è una generazione allegra liberata dalle paure. È una generazione che ha perso lo strumento per misurare la gravità delle cose dentro di sé, e che il giorno in cui la vita le metterà davanti un peso vero, uno di quelli che non si filmano, si troverà a mani nude.

Allora la domanda, l’unica che conta, è questa. Quella che sta crescendo è una generazione di giovani scafati e goliardi, che ha esorcizzato la ricerca di senso e sa giocare con tutto, o una generazione di fessacchiotti, che ha imparato solo a non mettersi scuorno di niente?

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