Alle otto e trentuno del mattino, minuto più minuto meno, del giorno dello scritto, la maturità smette di essere un esame e diventa un campo di battaglia. È quando gli adulti cominciano a trovare in rete il responso dei plichi appena aperti sui propri telefoni. Gli studenti, in quel momento, stanno ancora leggendo.
Anche quest’anno il copione è andato in scena con la solita precisione. Le sette tracce del diciotto giugno hanno scatenato in pochi minuti la reazione prevedibile con chi, da una parte, gridava al fascismo, chi dall’altra esultava per la fine del colonialismo culturale della sinistra. Nel mezzo, cinquecentoventisette mila ragazzi che cercavano di capire da quale testo riuscivano a tirar fuori sei pagine decenti.
Il copione della sinistra radicale
Partiamo dalla parte più rumorosa, che è anche la più divertente da analizzare.
Sui social, nel giro di venti minuti dall’apertura dei plichi, intellettuali dichiaratamente progressisti, insegnanti, scrittori, commentatori di lungo corso, avevano già emesso la loro sentenza. Le tracce erano una dichiarazione di guerra contro i giovani. Virilismo puro. Pedagogia fascista dissimulata. Libro e moschetto, ha scritto qualcuno letteralmente.
Analisi articolata. Furedi: rossobruno, al soldo di Orbán, novax, anticlimatista, ex marxista passato dall’altra parte, una parabola biografica che da sola basta a condannare il brano. Calabresi: pedagogia dell’autodeterminismo individualista, il mito del farcela da soli che ignora le condizioni sociali. Pavese: amore romantico fuori tempo massimo. L’unica donna tra gli autori: angelo del focolare, donna angelicata. Insomma, un progetto di consenso costruito sulla pelle dei ragazzi da un governo che li tratta come una generazione di smidollati snowflake (grossomodo l’italiano ‘bamboccioni’).
Qualcuno ha proposto di raccogliere firme. Qualcun altro di organizzare una contro-maturità in piazza. I commenti si accumulano: “che orrore”, “firmo”, “spero che i ragazzi se ne accorgano”, “brutto fare la maturità così”.
Con un piccolo problema, quasi insignificante. Che nessuno di quelli che scriveva ne aveva ancora parlato con uno studente.
Come nasce davvero una traccia per la maturità?
Esiste un’immagine romantica del processo, in cui una commissione di saggi che si riunisce in una stanza ovattata, pesa secoli di letteratura italiana, bilancia generi e correnti, e alla fine consegna al paese una selezione che è insieme specchio e bussola generazionale.
La realtà è molto più simile a un ufficio acquisti sotto pressione di fine anno.
Le tracce nascono da un processo burocratico in cui confluiscono sostanzialmente tre elementi. Un archivio di testi già vagliati negli anni precedenti, le indicazioni nazionali del curricolo che suggeriscono autori e periodi, e, soprattutto, le letture personali di chi in quel momento siede negli staff ministeriali.
È molto probabile che Furedi sia arrivato più o meno in questo modo. Senza conclave ideologico, senza regia oscura, c’è stato, con ogni probabilità, qualche funzionario del drappello di destra che lo aveva letto, lo aveva trovato interessante, e lo ha proposto. Furedi circola negli ambienti conservatori italiani da anni, ha pubblicato I confini contano, ma anche Fatica sprecata. Perché la scuola oggi non funziona e Che fine hanno fatto gli intellettuali? quindi era un nome disponibile, a portata di mano, con un libro recente.
Opportunistico sì, diabolico proprio no. E c’è differenza.
Mario Calabresi, dal canto suo, non sapeva nulla. Lo ha dichiarato lui stesso a Radio24 che non si sarebbe mai aspettato di finire tra i temi della maturità. Le sue figlie, diplomate l’anno prima, hanno commentato ridendo, “meno male che non è uscita lo scorso anno questa traccia.”
Questa è la cifra reale del processo, con gli autori che lo scoprono dalla radio, come tutti gli altri. E il grande piano culturale del Ministero è talmente segreto che non viene comunicato nemmeno agli interessati.
Cosa hanno fatto i ragazzi
I ragazzi hanno fatto quello che fanno sempre: hanno scelto in base alla fattibilità. La traccia più scelta è stata quella di Calabresi, con il 23,3%. Furedi, il manifesto neofascista e sovranista, la dichiarazione di guerra, il libro e moschetto, è arrivato secondo con il 20,7%.
Solo che è dubbio che la scelta sia dipesa per rivendicare simpatie sovraniste. Furedi è stato scelto più realisticamente perché un testo argomentativo sugli “adultescenti” e i confini generazionali è un tema su cui si riesce a scrivere qualcosa, e forse anche qualcosa di critico, senza dover padroneggiare la metrica leopardiana.
Pavese, il romantico fuori tempo massimo, lo hanno scelto in molti lo stesso, perché l’analisi del testo ha regole chiare e i ragazzi sanno stare dentro le regole se conviene.
Gli studenti che avrebbero dovuto “rendersi conto” e “scrivere testi di opposizione” hanno scritto sei pagine su quello che riuscivano a fare meglio. Il che, a ben pensarci, è una forma di intelligenza pratica che molti commentatori adulti quella mattina non stavano dimostrando.
La sinistra e il fascismo ovunque
C’è un punto in cui, effettivamente, la critica alle tracce coglie qualcosa di reale, ed è l’assenza quasi totale di autrici. È un dato oggettivo con Deledda, Morante, Ortese, Sapienza disponibili nella tradizione italiana, scegliere una sola donna su sette autori è qualcosa più che una distrazione, una svista. Si può anche discutere fino allo sfinimento se sia una scelta ideologica o semplicemente una scelta pigra, ma il dato resta.
Peccato che questa critica legittima venga sepolta sotto una valanga di sovradeterminazione politica che finisce per delegittimare tutto, compreso il punto giusto. Quando Saragat, padre della Costituzione repubblicana, fondatore del PSDI, esponente del socialismo democratico, finisce nella polemica “antifascista” per il solo fatto di trovarsi nello stesso plico di Furedi, qualcosa nel ragionamento si è rotto. Quando Husmann, che scrive sulla meraviglia per la natura su Internazionale, diventa l’angelo del focolare del virilismo ministeriale, siamo oltre la critica politica e dentro la paranoia ermeneutica.
È l’antico vizio della sinistra radicale di leggere tutto come un sintomo. Ogni testo diventa un messaggio cifrato del potere, ogni scelta editoriale un tassello del mosaico reazionario. Un esercizio intellettualmente stimolante ma politicamente inutile, che trasforma ogni dibattito in una gara a chi vede più fascismo alle porte, una gara in cui si perde sempre il contatto con la realtà.
La realtà che, in questo caso, era cinquecento ventisette mila ragazzi seduti in un’aula.
La polemica che non c’era
Una critica seria alle tracce della maturità andrebbe fatta invece, ma non è quella che è andata in scena il 18 giugno.
Non riguarda Furedi orbániano o Calabresi autodeterminista. Riguarda una domanda forse più scomoda, queste tracce erano accessibili a tutti i ragazzi seduti in quell’aula, o solo a quelli che avevano avuto la fortuna di frequentare certi licei, certi insegnanti, certi scaffali domestici?
Pavese: molte classi non arrivano a studiarlo nel programma. Brancati: un nome che la maggior parte dei ragazzi incontra per la prima volta aprendo il plico. Saragat: padre della Costituzione, ma quanti insegnanti hanno davvero avuto il tempo di lavorare sull’Assemblea Costituente oltre la data e il voto finale?
Questa è la polemica che non fa mai nessuno, perché richiede di parlare della scuola vera. Di ore, di programmi, di classi sovraffollate, di supplenti che cambiano ogni mese, di studenti che arrivano all’esame con percorsi radicalmente diversi alle spalle. Richiede di chiedersi se l’esame di Stato, l’esame di maturità, misuri davvero le competenze o misuri, come sempre, la fortuna di partenza.
Quella conversazione, però, è meno fotogenica, non produce condivisioni, non permette di schierarsi tra fascismo e antifascismo.
Così, mentre gli adulti dibattevano a mezzo social proprio come dei ragazzini, i ragazzi hanno scelto la traccia che riuscivano a fare, facendo chiaramente la cosa più matura e sensata.












