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Report, o della rappresentazione del conflitto

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La parola «rappresentazione» fa comodo a tutti, che la interpretano come tutto o il contrario di tutto. Un attore rappresenta un personaggio, un deputato rappresenta un collegio, un telegiornale rappresenta la realtà. Nei primi due casi sappiamo bene che si tratta di una finzione utile, un patto che regge finché tutti fingono di crederci. Nel terzo caso ce lo dimentichiamo sempre, ed è lì che cominciano i guai.

Carlo Freccero, dalle colonne di Dagospia, si dice “veramente esterrefatto” per il caso Ranucci. La sintesi del suo ragionamento è prevedibile, se un imprenditore vicino ad ambienti massonici e a poteri forti frequenta la redazione di un programma nato per indagare il potere, allora anche l’opposizione al potere è, in qualche modo, gestita dal potere stesso. Non c’è, conclude, nulla da fare, quindi tanto vale il Mondiale, il mare, Temptation Island. L’informazione seria, si arrenda e ceda il passo al gossip.

È una tesi che sembra avere il pregio della chiarezza ma ha il difetto di tutte le tesi chiare. Funziona solo se non la si guarda troppo da vicino.

Il trucco del prestigiatore

Freccero non è uno sprovveduto, ed è per questo che il suo ragionamento merita attenzione più della battuta a effetto che sembra. Prende in prestito il lessico di Michel Foucault, il potere pervasivo, capillare, che attraversa ogni istituzione comprese quelle che pretendono di contrastarlo, e lo usa per sostenere una tesi molto più modesta e molto più bisognosa di prove, cioè che qualcuno, concretamente, abbia suggerito a Report cosa indagare. Sono due discorsi diversi, anche se nella foga retorica li si confondono. Volentieri.

Per capire meglio torniamo a Foucault, che non ha mai detto che un tizio con buone entrature massoniche “gestisca” un’agenda giornalistica seduto a un tavolo, con la matita rossa e blu. Ha detto una cosa più inquietante e più interessante, che il potere non ha bisogno di un tizio al tavolo, perché si esercita nella trama minuta delle relazioni quotidiane, produce i soggetti prima ancora di reprimerli, e soprattutto, e questo è il punto che a Freccero sfugge, o che preferisce lasciarsi sfuggire, genera da sé le proprie forme di resistenza, come parte del proprio funzionamento normale. Foucault non pensa a un complotto ma ad una caratteristica fisiologica.

E naturalmente è molto più difficile, per un lettore, appassionarsi a una fisiologia che a un complotto.

L’eterodosso è di famiglia

C’è poi Bourdieu, che di questi meccanismi ha scritto pagine più utili di qualunque dichiarazione a caldo. In un campo, e quello giornalistico non fa eccezione, l’eterodosso, colui che contesta l’ordine costituito, non è un corpo estraneo ma parte costitutiva del gioco, tanto quanto l’ortodosso che difende la posizione dominante. Un campo senza eretici non è un campo, è un cimitero. La messinscena del conflitto, l’inchiesta che punge il potere, il potere che si difende, tutti sullo schermo la sera, è ciò che tiene in vita l’intero teatro, con la differenza, rispetto al teatro vero, che qui nessuno ammette di stare recitando.

Detto più chiaramente: che Report intrattenga rapporti ambigui con personaggi ambigui non è la prova che sia stato “catturato”, è semplicemente la prova che fa parte del campo che descrive, come chiunque altro. La sorpresa di Freccero assomiglia a quella di chi scopre, dopo anni di onorata carriera in Rai, che la Rai è fatta di rapporti di potere. Esterrefatto, appunto.

Il conforto del cinismo totale

Qui però il discorso, se lasciato correre, porta dritto a un baratro più comodo di quanto sembri. Se ogni opposizione è, per definizione, una forma di potere, se anche l’anarchico che rovescia il tavolo lo fa esercitando la propria piccola sovranità sul tavolo che rovescia, allora la tentazione è dichiarare tutto uguale a tutto, e da lì al Mondiale il passo è breve. È il vero punto d’arrivo, non dichiarato, della sparata di Freccero, che non è un’analisi del potere ma un alibi per non doverne più parlare. La teoria del potere onnipervasivo, spinta fino in fondo, diventa il nuovo oppio dei disincantati. La si prende due volte al giorno e non fa più male niente, perché tanto è tutto uguale, tanto non cambia niente, tanto il sistema si rafforza comunque, vinca chi vinca.

Solo che è una scorciatoia. Comoda. Foucault, va detto a suo discarico, non ci è mai arrivato. Ha passato gli ultimi anni a cercare, nelle pratiche di libertà e nei movimenti che seguiva da vicino, gli scarti reali, le differenze che la storia produce davvero, non per consolarsi, ma perché sapeva che la cornice teorica, da sola, non spiega mai il caso singolo. Spiega perché non ci si debba stupire di nulla in generale senza spiegare chi ha messo la bomba, che resta per tutti il centro della questione.

La bomba non interrompe la rappresentazione

E qui la tentazione sarebbe chiudere il pezzo con la mossa consolatoria. Sotto le teorie eleganti, sotto Foucault citato a orecchio, ecco il fatto duro che nessuna dietrologia può dissolvere, l’ordigno esploso in ottobre davanti alla casa di Ranucci, il tritolo vero in un giardino vero, quattro esecutori materiali agli arresti, Lavitola indagato come presunto mandante, i suoi telefoni e i suoi manoscritti sotto sequestro. Il reale, finalmente, che rimette ordine nella chiacchiera.

Sarebbe una mossa comoda, e per questo falsa. Perché se tutto il ragionamento fin qui ha un senso, se Lavitola è un intermediario che vive precisamente sulla soglia porosa tra potere e narrazione del potere, e se Report è parte del campo che dice di indagare, non un osservatorio fuori da esso, allora la bomba non è l’irruzione di un reale che interrompe la rappresentazione ma ne è il prodotto, quando la posta in gioco simbolica smette di poter essere gestita con gli strumenti simbolici del campo. Finché la partita si gioca a colpi di inchieste, smentite, cene riservate e dichiarazioni a Dagospia, le regole tacite tengono. Quando la posta diventa insostenibile, e succede quando qualcuno rischia di perdere qualcosa che non si recupera con un comunicato, il gioco esce dal campo simbolico ed entra nel penale.

Il che rende molto meno rassicurante, non più rassicurante, tornare ai fatti. Non c’è un “fuori” fatto di tritolo e prove che salvi il lettore dall’ambiguità della rappresentazione se la bomba è parte della stessa trama, ne è il registro più brutale. La domanda su chi abbia voluto zittire un giornalista non si stacca dalla domanda su cosa sia diventato, in Italia, il rapporto tra chi indaga il potere e chi quel potere lo maneggia da vicino. Sono la stessa domanda, posta con mezzi diversi.

Il Mondiale, il mare, Temptation Island possono anche aspettare. Ma non perché finalmente, con la bomba, arrivi la realtà a salvarci dalla rappresentazione. Semplicemente perché la rappresentazione, quando la si guarda fino in fondo, non lascia più nessun posto comodo dove ritirarsi.

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