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Quelle carogne dei commissari di maturità

commissari di maturità

C’è una lettera aperta, in questi giorni, di un dirigente scolastico e di una sua docente, indirizzata ai presidenti e ai commissari della Maturità. Parla di “carnefici”, di “teatro dell’assurdo”, di “egocentrismi e vendette”. Lo (stupefacente) succo è grossomodo questo: troppi ragazzi arrivano agli esami con medie alte e ne escono con voti finali che, secondo i due firmatari, non rendono giustizia al percorso di cinque anni. Qualcosa deve cambiare, concludono. Incontrando certamente il plauso generalizzato di tutti. Studenti, genitori e perfino di quelle carogne dei docenti. Perché nessuno ama vedere un ragazzo bravo massacrato da un colloquio storto o da un commissario particolarmente pignolo.

Il problema è che si tratta di un eccesso di astrazione, peraltro un po’ ruffiano. Quello che interessa davvero sarebbe capire cosa c’è sotto quell’astrazione.

La lettera dà per scontato un fatto che non è affatto scontato, ossia che la media di ammissione sia il dato vero, e il voto finale, quando se ne discosta verso il basso, l’anomalia da correggere. Viene scartata a priori l’ipotesi che il problema possa stare a monte, leggi nei crediti scolastici assegnati dagli stessi consigli di classe, in una valutazione interna che negli ultimi vent’anni si è fatta via via più generosa perché nessuno, in Italia, vuole essere il prof che ha rovinato la media di un ragazzo. Il fatto che ogni tanto, statisticamente, capiti il commissario che non chiude gli occhi, e quindi ci scappi il morto, simbolico, del voto basso, viene letto come una patologia del sistema. Il paradosso è che potrebbe essere, molto più banalmente, l’unico momento in cui il sistema funziona come dovrebbe.

Perché un esame, per essere un esame, deve poter smentire il giudizio che lo precede. Altrimenti non è più un esame ma un timbro. Il che non è affatto una bestemmia in sé, senonché per la Costituzione italiana, un titolo emanato dallo Stato con valore legale va sottoposto necessariamente ad un esame. Il timbro non basta.

All’articolo 33, infatti, c’è scritto tra le altre cose che “è previsto un esame di Stato per l’accesso ai diversi gradi di scuola, per la loro conclusione e per l’abilitazione professionale”. Dice proprio esame, neanche qui si parla di timbri. E fu pensato proprio per introdurre una verifica esterna alla scuola che ha formato il candidato.

Erano ovviamente altri tempi. E non è detto che quello che allora sembrava ovvio non possa essere cambiato eliminando alla radice l’obbligo dell’esame di Stato. Ma finché è previsto va ricordato che se lo scarto tra media e voto finale fosse per definizione un errore da correggere ogni volta che va verso il basso, non ci sarebbe alcuna ragione di prevederlo. Sospetto che a tutti, ma proprio a tutti, basterebbe lo scrutinio di maggio, e saremmo tutti felici e contenti di risparmiarci due scritti, un colloquio spesso surreale e il caldo di luglio nelle aule.

Si può anche discutere, legittimamente, solo dello strumento, dei tre giorni per pesare cinque anni. Può darsi sia troppo grezzo, si può discutere se produca rumore statistico più che misura. Si può obiettare e seriamente sulla necessità dell’esame o soltanto della sua forma.

Ma sono obiezioni diverse da quella della lettera, che invece punta il dito sulla legittimità dello scarto in sé, sui commissari che “gareggiano a chi è più severo”, sui presidenti che dovrebbero “controllare” più da vicino la severità dei colleghi. È, in altre parole, una richiesta di più discrezionalità nella direzione opposta a quella temuta, non uno standard oggettivo, solo uno spostato di un piano più in alto, verso chi ha tutto l’interesse a non vedere la propria scuola sfigurare nei tabelloni. Sotto la guida ferma del presidente chiamato a sorvegliare e contenere quei carnefici dei commissari.

E proprio qui arriva il dettaglio che, involontariamente, smonta l’intera lettera. Il dirigente firmatario racconta, in un’intervista successiva, un episodio personale. Da presidente in un altro liceo, davanti a un ragazzo che aveva commesso un errore durante la prova, ha deciso comunque di dargli la lode. Lo racconta come prova di sensibilità pedagogica, di sguardo sulla persona oltre la griglia. Nessuno gli fa notare l’ovvio, ovvero che la lode si assegna all’unanimità dell’intera commissione e sulla base di regole oggettive predeterminate. Non è un atto di generosità individuale né una graziosa elargizione di un commissario o di un presidente di commissione. È il risultato di una trattativa riuscita, nella quale il presidente che convince, o comunque orienta, tutti i commissari a soprassedere su un errore. È esattamente lo stesso meccanismo discrezionale che, quando produce un voto più alto della griglia, diventa virtù da raccontare in un’intervista; e che, quando qualcuno lo rifiuta e si attiene alla griglia, diventa “vendetta” ed “egocentrismo” da denunciare in una lettera aperta.

Il criterio per distinguere le due cose non è mai enunciato apertamente, perché non è un criterio, ma semplicemente la direzione in cui va lo scarto rispetto alle attese della scuola di provenienza.

Non aiuta che, nel giro di poche ore, il direttore dell’Ufficio scolastico regionale sia intervenuto per dare sostanzialmente ragione al dirigente, parlando di “cambiamento culturale” necessario. È la conferma che il vero tema non sia quanto siano severi i singoli commissari, ma quanto sia diffusa e strutturale la sopravvalutazione interna. Che poi resta l’unico di cui, istituzionalmente, non conviene a nessuno parlare.

Molto più comodo processare i carnefici, che processare un meccanismo che all’esame finale mostra tutti i limiti di cui si è nutrito per cinque anni.

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