Quest’anno, prima dei colloqui, alcuni ragazzi hanno consegnato ai commissari un documento. La tesi è chiara e argomentata: l’esame di maturità è ingiusto perché in pochi minuti, davanti a docenti esterni che non li hanno mai visti in classe, si gioca il destino di cinque anni. Un tribunale sommario, hanno scritto più o meno.
L’anno scorso, quelli che condividevano la stessa idea e tra crediti e valutazioni degli scritti avevano già superato il sessanta ed erano quindi già promossi, si sono rifiutati di rispondere all’orale. Una protesta a costo zero, in fondo senza conseguenze particolari. Ma li capisco, e un po’ penso che abbiano perfino ragione. Perché trenta minuti sono pochi per chiunque, figuriamoci per chi ha diciotto anni, e deve mostrare chi è a degli sconosciuti seduti dietro un tavolo.
Solo che l’ingiustizia vera, quella che non c’è in nessun documento di protesta, è un’altra, e non ha niente a che fare con la sofferenza del singolo studente davanti alla commissione. Ha a che fare con quello che succede dopo, quando i trenta minuti sono finiti e il voto è già scritto. Ed è quasi sempre più alto di quanto meriterebbe davvero.
C’è il collega di lettere che una volta ha sentito Don Rodrigo trasformarsi in un prete dalle intenzioni tutt’altro che pastorali su una Lucia trasferita d’autorità nella Divina Commedia. O Alessandro Manzoni trasformarsi in Alberto, autore, a quanto pare, non dei Promessi Sposi ma di una canzone di Marco Mengoni. Anche quest’anno ha scritto qualcosa sul suo foglio, si è fermato e ha guardato fuori dalla finestra con l’espressione di chi conta fino a dieci in latino per non urlare. Poi si è girato e ha sussurrato solo: «il fu Mattia Bazar». Alla fine, sul tabellone, quel ragazzo ha preso comunque un voto rispettabile. Non eccellente, ma in linea con la valutazione con cui era stato ammesso all’esame. Nessuno, in commissione, ha avuto davvero interesse a fargli pagare Mattia Bazar fino in fondo.
L’arte è passata quasi indenne, se si esclude la Venere del Botticelli dichiarata incinta con la sicurezza di chi ha appena scoperto un giallo editoriale, e Leonardo trasferito d’ufficio a Vicenza, «abbreviato poi in Vinci, per comodità». I commissari, in genere persone miti, hanno annotato senza aggiungere nulla, e i voti sono usciti in linea con la media dell’istituto, che è poi la prima cosa che il presidente controlla prima di firmare i tabelloni. Nei corridoi, tra una commissione e l’altra, circolavano frasi come «la Terra non è tonda, è un rombo» con lo stupore rispettoso che si riserva ai fenomeni naturali, mentre qualcuno raccontava di Samantha Cristoforetti promossa prima donna a comandare l’ISIS anziché l’SSI, la Stazione Spaziale Internazionale. Anche lì, presumo, il voto finale non ne ha risentito granché.
Poi, naturalmente, arriva il turno della storia. Il ragazzo con la cravatta stretta come una condanna spiega che Hitler comandava le Camicie Nere e Mussolini il Terzo Reich e il prof non corregge. Non corregge nemmeno le Leggi Siccardi diventate Leggi Siffredi, o il PD diventato Partito di Destra. Una volta il prof ha aperto bocca sulla data della caduta del Muro di Berlino, che nella ricostruzione proposta precedeva di qualche decennio la propria stessa costruzione. In una proposta cronologica rovesciata degna di un romanzo di fantascienza. L’ha visto sgretolarsi in tempo reale. Il ragazzo, non il muro. L’ha visto perdere ogni punto di orientamento, ed è stato allora che ha richiuso la bocca ripromettendosi di lasciarla così, per sempre. Anche lui, in fondo, avrà il suo voto rispettabile.
Qui la vera ingiustizia, contro cui sarebbe proprio il caso di protestare, si mostra per intero. Non è il fatto che si taccia davanti all’errore, quella è una parte del mestiere che va messa in conto, il prezzo minimo che si paga per fare l’insegnante, anche bene. L’ingiustizia è più sottile, e soprattutto non riguarda i docenti impegnati a gareggiare sul conteggio finale delle eccellenze certificate. Riguarda proprio lui, il ragazzo con la cravatta che non sa distinguere Mussolini da Hitler. Arriverà comunque al diploma senza sapere quello che dovrebbe e quel diploma certificherà in modo definitivo e burocraticamente ineccepibile soltanto il tempo perduto ad appena diciotto anni.
Un secondo effetto, meno visibile ma perfino più ingiusto, riguarda la scuola pubblica nel suo complesso. La scuola pubblica che ogni anno che passa diventa un po’ meno credibile e un po’ meno competitiva, ma che continua serenamente a certificare voti sempre più alti.
Non è solo una mia impressione, magari un effetto dell’età. Sono i tabelloni di fine anno, ovunque in Italia. Un unico crescendo di lodi e di novanta, mentre chi siede in commissione sa perfettamente, silenzio dopo silenzio, quanto poco ci sia dietro a molti di quei numeri.
Il paradosso è qui, ma nessuno studente ha ancora protestato per questo. I pochi che un cento anche senza lode lo meriterebbero davvero si ritroveranno con un pezzo di carta che nessuno prende più sul serio. Le università migliori hanno da tempo i loro test d’ingresso, le grandi aziende i loro colloqui e le loro selezioni interne, e a nessuno interessa più il voto di maturità come criterio. E a parte i mazzi di fiori e gli applausi alla fine del colloquio, nemmeno in famiglia la cosa crea più tanto clamore.
Perché tutti, dal responsabile HR di un’azienda piccola o grande, alle università che selezionano per i corsi a numero chiuso, alla zia che è stata tanto orgogliosa per quasi una settimana, tutti sanno che il voto non discrimina più niente. Non distingue tra chi ha studiato e chi ha inventato Leggi Siffredi e Leonardo da Vicenza. Non può farlo, strutturalmente, in un sistema in cui il commissario che dissente rischia più del candidato che sbaglia.
Magari i ragazzi hanno anche ragione a dire che l’esame li giudica in pochi minuti. Solo che hanno sbagliato bersaglio. L’ingiustizia non è nella severità del giudizio ma nella sua totale irrilevanza. Passano l’esame quasi tutti, lo passano quasi tutti bene, anche il ragazzo con la cravatta, che a settembre non ricorderà più chi comandava le Camicie Nere, ma avrà comunque, in tasca, la prova firmata che qualcuno ha deciso che era meglio non dirglielo.












