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La scuola del “quieto vivere”. O: come sopravvivere all’istruzione senza disturbare nessuno

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Esiste un principio non scritto che governa la scuola italiana da una trentina di anni. Non è in nessun decreto, in nessun contratto, in nessuna circolare ministeriale. Eppure lo conoscono tutti: il dirigente che firma, il docente che interroga, il genitore che fa la sua telefonatina, lo studente che aspetta. Si chiama quieto vivere.

Non è una prescrizione ministeriale e nemmeno un’ideologia. È un metodo, molto più potente.

Il quieto vivere funziona così: di fronte a qualsiasi decisione scolastica, la domanda non è «cosa è giusto fare?» ma «cosa mi evita problemi?». Potrebbe sembrare cinismo, invece è razionalità adattiva, perfettamente coerente con un sistema che nel tempo ha smesso di premiare chi ha ragione e ha cominciato a premiare chi non apre casini.

Il docente che fa le domande vere nell’interrogazione — quelle che costringono a pensare invece di elencare — deve poi giustificare un cinque in un registro consultabile dai genitori in tempo reale, difendersi al colloquio, reggere un eventuale ricorso. Il docente che fa le domande piccole — quelle che hanno risposte definitive, verificabili, difficilmente contestabili — chiude la lezione, segna sei meno, va a casa. Chi imita chi, alla lunga, non è nemmeno una domanda.

Il consiglio di classe che discute il ragazzo che «non se la sente» viene alla fine — dopo un’ora di «percorsi», «certificazioni», «contesti difficili» e «situazioni delicate» — a una sola domanda reale: quel cinque lo lasciamo? E la risposta non dipende da Kant o dalle competenze in uscita. Dipende da quanta voglia ha quella riunione di gestire le conseguenze del cinque.

La risposta, quasi sempre, è: poca.

Ma non per cattiveria. Per stanchezza strutturale. La scuola del quieto vivere non è abitata da insegnanti pigri o da dirigenti corrotti. È abitata da persone razionali che hanno imparato, a forza di esperienza, che alzare l’asticella produce conflitto, abbassarla produce pace. La pace è preferibile, nell’immediato. Nell’immediato si vive.

Il problema è che l’immediato si accumula. Un consiglio di classe alla volta, un’interrogazione alla volta, un documento ben compilato e completamente inutile alla volta, la scuola costruisce la propria versione del mondo: un luogo dove si certifica la presenza invece della competenza, dove si premia chi sa stare nella forma piuttosto che chi sa pensare, dove il diploma attesta di aver attraversato gli anni senza inceppare il meccanismo.

I numeri, che hanno la sgradevole abitudine di dire la verità anche quando nessuno li ha invitati, confermano. Il 35% degli adulti italiani è analfabeta funzionale. Un laureato su sei non riesce a comprendere un testo articolato. Le eccellenze si sono dimezzate in vent’anni. I voti di maturità al Sud sono i più alti d’Italia; i risultati INVALSI degli stessi studenti, i più bassi. Stesse persone, stesso anno, due classifiche capovolte. Il voto non misura cosa sai. Misura quanto il tuo contesto è disposto a certificare.

Il quieto vivere produce una scuola che funziona. Funziona benissimo, in realtà: le circolari escono, i registri si compilano, le programmazioni per competenze vengono archiviate, i consigli di classe si riuniscono con ordine del giorno e verbale finale. La macchina gira. Spesso a vuoto.

Gli studenti lo vedono, naturalmente. Vedono chi arriva senza aver studiato e prende lo stesso voto di chi ha studiato. Vedono le eccezioni diventare regola, le regole diventare negoziazione, la negoziazione diventare norma implicita. Imparano la lezione più importante del curriculum non scritto: l’importante non è quello che sai. È come lo presenti, e chi ti copre le spalle.

Non è una lezione che li renderà ignoranti. Li renderà efficienti in un sistema che premia l’efficienza. Navigheranno bene, gestiranno, si adatteranno. Quello che non avranno mai avuto è qualcuno che li abbia davvero sfidati — qualcuno che abbia detto: questo non basta, puoi fare di più, il confine è più avanti di dove credi.

Quel qualcuno aveva paura delle conseguenze amministrative.

Si capisce. Si capisce tutto, nel quieto vivere. È fatto apposta per essere capito: è ragionevole, difendibile, umano. Il problema è che la ragionevolezza applicata sistematicamente produce l’irragionevole: una scuola che ha smesso di insegnare, non per scelta, ma per accumulo di piccole scelte sensate.

Una scuola che promuove tutti e non forma nessuno ha raggiunto un risultato straordinario: ha convinto se stessa di essere una scuola che funziona.

Perché questo è il vero capolavoro del quieto vivere: non la resa, l’autoassoluzione.

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