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La bugia della supplentite. E la Corte Europea condanna l’Italia (di nuovo) per il precariato scolastico

precariato

Ogni anno, a settembre, lo Stato italiano firma circa 200.000 contratti a tempo determinato con docenti e personale ATA delle scuole statali. L’anno dopo li lascia scadere. Poi li rifirma. Generalmente con le stesse persone, sugli stessi posti, che restano vacanti perché formalmente è previsto che durino solo per quell’anno, un “incidente di percorso” temporaneo. È il precariato scolastico che a parole tutti considerano un enorme problema.

Stranamente, però, il numero resta stabile. Anno dopo anno. Lasciando spazio al ragionevole dubbio che non sia propriamente un caso.

Nell’anno scolastico 2021/2022 i soli contratti a termine dei docenti avevano raggiunto quota 225.000. Per il 2024/2025, esponenti della stessa maggioranza di governo avevano previsto di avvicinarsi alle 300.000 unità complessive tra docenti e ATA. Nel frattempo, le immissioni in ruolo del personale ATA per il 2025/2026 sono state autorizzate per 10.348 unità, meno dei 33.000 posti liberi tra pensionamenti e altro.

Per i docenti la proporzione è analoga: decine di migliaia di stabilizzazioni ogni anno, sempre insufficienti a svuotare il bacino, sempre calibrate sul turn-over dei pensionamenti e non sul fabbisogno reale.

Dopo le assunzioni, puntuale e atteso, arriva il momento delle “supplenze”. Che sono dieci volte di più dei posti andati ad assunzione a tempo indeterminato. Lo sanno tutti. E tutti aspettano senza temere neanche lontanamente che per quel determinato anno non ce ne siano.

Il racconto ufficiale ha chiamato il fenomeno “supplentite”. Quasi come una malattia, qualcosa di patologico e involontario.

Ma tutti sanno che è una bugia lessicale prima ancora che politica visto che non si tratta di una disfunzione. Si tratta del meccanismo di funzionamento ordinario di un sistema progettato per restare esattamente così.

A chi serve il precariato scolastico

Il precariato scolastico serve a tre categorie di soggetti, e a ciascuna serve in modo diverso.

Serve allo Stato, prima di tutto. Al Ministero dell’Economia, che ogni agosto autorizza le assunzioni in ruolo nel limite massimo del turn-over e non oltre. Anzi, le ricalibra al ribasso tenendo conto di indicatori socioeconomici relativi al dato dei ruoli precedenti. La ragione è contabile e precisa. Un posto in organico di fatto, che è quello dove vive il supplente, può essere eliminato l’anno successivo senza modifiche legislative. Un posto in organico di diritto, quello del ruolo, diventa spesa fissa per trent’anni.

Non ci sono risparmi reali, in realtà. Quelle persone lavorano, quei posti esistono e costano. Ma è una partita contabile che consente all’Italia di presentare numeri migliori nel calcolo della spesa strutturale soggetta ai vincoli europei. Il paradosso finale è che gli stessi vincoli europei (il patto di stabilità) che inducono l’Italia a non stabilizzare i precari convivono con la sentenza della Corte di Giustizia Europea che condanna l’Italia per non averli stabilizzati.

Insomma, Bruxelles parla con due voci, ma Roma ne ascolta solo una.

Serve alla politica, in secondo luogo. Duecentomila contratti annuali che possono cambiare titolare, duecentomila persone in attesa di una stabilizzazione che dipende da concorsi banditi senza calendario certo, soggetti a vincoli finanziari e alla naturale fuoriuscita del personale di ruolo. Sono duecentomila persone (e relative famiglie) che hanno bisogno di qualcuno che conosca le procedure, che sappia come si scala una graduatoria, che abbia i contatti giusti negli uffici. Il parlamentare locale che “segue” la situazione, il sottosegretario che annuncia il nuovo piano di stabilizzazioni puntualmente prima delle elezioni, il consigliere regionale che intercede presso l’Ufficio Scolastico: la scuola è uno dei pochi settori del pubblico impiego in cui la promessa di lavoro stabile può essere spesa politicamente in modo diretto, capillare, misurabile in consenso. Questo meccanismo non è nato con la Seconda Repubblica. Viene dalla Prima, quando partiti in disaccordo su quasi tutto, erano perfettamente allineati sul fatto che il rubinetto delle assunzioni scolastiche dovesse restare in mano alla politica e aprirsi a un ritmo controllato. Tangentopoli ha spazzato via i vecchi partiti ma il rubinetto è rimasto intatto. Cambiano i nomi sulle caselle, non la loro logica.

Serve ai sindacati, infine. Non perché siano complici, ma perché il sistema li rende necessari. Un precario ha bisogno del sindacato per orientarsi nel labirinto delle graduatorie, per impugnare una nomina contestata, per capire cosa cambia con ogni nuova circolare ministeriale. Un ruolo stabile quel bisogno lo ha molto meno. I fatti dicono che i sindacati hanno difeso di diritti dei precari, spesso lo hanno fatto bene, ma non sono riusciti a scalfire il meccanismo. A rompere il giocattolo.

Precariato scolastico: la nuova Questione Meridionale

C’è un dato che rende tutto più chiaro e feroce insieme. I precari della scuola sono in prevalenza meridionali. Non per predisposizione culturale, non per scelta. Semplicemente perché il Sud è la parte del paese con meno lavoro, e la scuola statale è rimasta l’unica via di accesso al “posto fisso” percepita come ancora credibile. Ci si laurea, ci si abilita, ci si iscrive in graduatoria.

Certo, i posti vacanti, però, sono soprattutto al Nord, dove la popolazione scolastica cresce, dove chi entra in ruolo chiede il trasferimento appena può.

Così il precario meridionale, per non restare disoccupato a vita, segue il contratto. Milano, Torino, Bologna. Affitta una stanza, qualcosa la mette da parte, torna d’estate. Per anni. A volte per decenni. Il sistema usa la mobilità geografica come valvola di sfogo per non dover affrontare un nodo strutturale. E nel frattempo produce un effetto che nessuno nomina mai esplicitamente: concentra il disagio lavorativo nelle aree già più fragili del paese, trasformando la scuola non in un motore di sviluppo territoriale, ma in un canale di drenaggio di capitale umano dal Sud verso il Nord.

Le sentenze

Poi arrivano i giudici europei. Nel 2014 la Corte di Giustizia, con la sentenza Mascolo, dice che il sistema è illegale: i contratti a termine non possono essere rinnovati indefinitamente su posti strutturalmente permanenti. L’Italia risponde con la Buona Scuola di Renzi che contiene un piano straordinario di assunzioni per chi era già nelle graduatorie ad esaurimento e del concorso del 2012, e impone il limite di 36 mesi per i contratti a termine di docenti e ATA. Chi si fosse avvicinato a quella soglia non avrebbe potuto avere nuovi contratti su posti vacanti.

Una misura chiaramente di facciata pensata per evitare nuovi contenzioni per la stabilizzazione dai precari storici. Ma soprattutto perché il limite non era accompagnato da un piano serio di stabilizzazione per chi restava fuori.

Passa qualche anno e nel 2018 arriva il decreto-legge del governo Conte I intitolato, con il consueto talento italiano per i titoli ipocriti, “Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori”. Viene abrogato quel limite per docenti e ATA. Eliminato. La motivazione è un capolavoro di doppiezza: “impediva ai precari di accumulare esperienza”. Ovviamente nessun piano di stabilizzazione, solo la garanzia che chi avesse raggiunto la fatidica soglia avrebbe potuto avere altri contratti. Sempre a tempo determinato.

Qualcuno disse in sordina che prima o poi la cosa si sarebbe ritorta contro l’Italia. I sindacati non ne fecero una battaglia. Il numero dei supplenti, negli anni successivi, raddoppiò.

E così si arriva ad oggi. Il 13 maggio 2026 la Corte di Giustizia condanna di nuovo l’Italia, causa C-155/25. La sentenza è chirurgica: non esiste nel diritto italiano nessuna delle misure che la direttiva europea impone per prevenire l’abuso dei contratti a termine. Né un limite di durata, né un limite al numero di rinnovi, né ragioni obiettive verificabili per giustificarli. E cita, come prova, le stesse parole usate dall’Italia nel controricorso. Il personale ATA viene assunto a tempo determinato per sopperire a “strutturali carenze” di organico. Una confessione più che una difesa. La confessione che il precariato è strutturale, salvo chiedere alla Corte di non essere condannati per questo.

La Corte, meno avvezza agli italici bizantinismi, li ha condannati lo stesso.

Il Governo ora dovrà adeguarsi. Preparerà emendamenti, aprirà tavoli con le parti sociali, annuncerà riforme. Come ha già fatto dopo Mascolo. Come farà dopo la prossima sentenza, se non cambierà nulla di strutturale.

Perché il problema non è giuridico. È che duecentomila precari stabilizzati non servono più a nessuno dei tre soggetti che oggi traggono vantaggio dalla loro precarietà. Non al MEF, che dovrebbe iscrivere a bilancio una spesa rigida miliardaria. Non alla politica, che perderebbe il controllo di migliaia di posti di lavoro su cui lavorare anno per anno. Non ai sindacati, che perderebbero uno dei temi più popolari.

Resterebbero solo le scuole. Che probabilmente funzionerebbero meglio. E gli ex precari, che potrebbero cominciare a pensare alla propria vita in maniera meno estemporanea.

Ma questo, evidentemente, non basta.