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Interrogare nella scuola del quieto vivere. Il bravo vuoto

bravo vuoto

Quarta liceo scientifico. Hanno quella calma particolare di chi sa che l’esame esiste ma non lo sente ancora addosso. È l’età buona: potresti ancora chiedere qualcosa di serio, e loro potrebbero ancora rispondere.

Entro. Borsa sulla cattedra. Appello. Alzo gli occhi.

Scelgo lui.

È uno dei bravi. Non il genio: il bravo solido. Quello che non manca mai, prende appunti, sta nella forma. Educato, composto. Ha già la postura di chi sa attraversare le istituzioni senza farsi male. Si alza con la sicurezza di chi sa che, comunque vada, se la saprà cavare.

Kant, gli dico. Lui annuisce. Per lui Kant è una casella da barrare, e a quanto pare ce l’ha…

«La rivoluzione copernicana. Spiegami.»

Parte. Parte bene nel modo in cui oggi si parte bene: frasi plausibili, niente angoli. «Kant dice che non è la mente che si deve adattare alle cose, ma le cose come appaiono si… regolano… su come noi le conosciamo.»

Quasi corretto. Il tipo di risposta che crea il problema peggiore: sembra sufficiente. Non lo è, ma lo sembra.

Dentro di me parte la biforcazione. Da una parte la verità: manca tutto. «Come noi le conosciamo» non significa niente se non capisci che stiamo parlando di condizioni della conoscenza, non di opinioni. Dall’altra parte la gestione, la “performance”: sta parlando. Tiene la scena. Non inciampa. Non si espone. E chi non si espone si aspetta un premio. Anche a scuola.

Provo a piantare un chiodo. «Giudizi analitici e sintetici. E perché Kant parla di sintetici a priori?»

Eccolo. Lo vedo. Non nel senso che lo smaschero; nel senso che lo vedo. Capisco il meccanismo che ha introiettato. Ripete la definizione, corretta quanto basta per non cadere: «Analitici sono quelli dove il concetto è già dentro… sintetici aggiungono qualcosa…»

Fin qui si può far finta. Poi arriva il punto dove servirebbe pensiero. E lui fa quello che il sistema gli ha insegnato: riempire. Restare in moto. Non fermarsi.

«E quelli a priori sono… perché noi abbiamo… delle regole dentro… cioè… la mente… ha già… diciamo… una struttura…»

Il lessico del bravo. Vuoto però. Parole giuste legate con lo spago. Un modo di parlare che non ti fa mai sbagliare sul serio, perché non dice mai niente di categorico.

Potrei. Potrei chiedere qualcosa che lo obbliga a pensare. Perché la matematica funziona? Che rapporto c’è tra sensibilità e intelletto? Come si passa dal limite della conoscenza alla possibilità della scienza?

Ma non lo faccio. Perché ho imparato la cosa più seria di tutte: non devi aver paura dell’ignoranza dello studente. Devi aver paura delle conseguenze che quella ignoranza può avere su di te.

Se lo porto su una domanda vera e lui non regge, poi mi tocca valutarlo su quello. Valutarlo sul serio, valutarlo davvero. E valutare davvero produce onde. Ti lascia solo in mezzo a procedure, norme, prassi che sanno sempre come girarsi dalla parte giusta. Recuperi, colloqui, contestazioni, «ma prof lui è bravo», «ma prof si impegna», «ma prof con gli altri colleghi».

Ecco perché si finisce a fare domande piccole. Non perché sono facili. Perché costano meno.

La scuola del quieto vivere non ti dice: promuovi. Ti sussurra: non aprire casini.

Faccio un’altra domanda. Gestibile. «Fenomeno e noumeno.»

Si illumina. Non è detto che sappia sul serio. Intanto però, anche qui, ha riconosciuto le parole. «Il fenomeno è quello che appare, la cosa come la conosciamo. Il noumeno è la cosa in sé, ma non possiamo conoscerla del tutto…»

…del tutto. Non lo sa, non ci arriverebbe nemmeno se glielo dicessi. Ha trasformato un limite di principio in una vaghezza psicologica. Come se fosse questione di quantità. Ma la frase funziona perché suona prudente. E la prudenza, come si diceva, si aspetta un premio.

Arriva il voto.

Nella testa parte in sottofondo il ragionamento che già so di odiare. Se metto cinque dico la verità: non c’è padronanza. Ma apro una pratica. Se metto sei non dico la verità. Ma scelgo la pace.

La pace è una droga. Nel breve calma tutto. Nel lungo lascia intatto il problema e lo rende invisibile.

Con gesto deciso scrivo: sei meno.

Non significa niente e io lo so bene. È solo un modo appigliarmi al principio di realtà che sto mortificando dentro di me.

Quel sei non misura Kant. Misura il sistema.

Lui ringrazia. Ringrazia davvero. Torna al posto.

Io resto lì con una sensazione precisa: ho fatto manutenzione. Ho evitato un guasto. Costruire competenza? Troppo rischioso stamattina.

Il quieto vivere non abbassa i voti. Abbassa le domande. Quando ho paura di chiedere cose problematiche, non sto proteggendo lo studente. Sto proteggendo il contesto: il clima con le famiglie, la gestione interna, l’assenza di rogne. E questa protezione, a forza di ripetersi, diventa pedagogia. Insegna che l’importante è cavarsela. Non capire.

Così nasce il bravo vuoto. Educato, diligente, performativo. Capace di stare nella forma ma povero di concetti. Uno che sa muoversi in un mondo di parole-chiave, un ipertesto vivente. Ma quando la parola diventa pensiero e il pensiero diventa scelta, si ferma.

Intanto Kant è stato salvato. La classe pure.

A me torna quella sensazione di quando esci da un posto e ti accorgi che hai dimenticato un’altra volta l’ombrello.

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