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Il sindacato a scuola: quella mosca cocchiera che dice di trainare la carrozza

mosca cocchiera

C’è una scoperta che la Generazione X degli insegnanti italiani ha fatto in ritardo, con la flemma tipica di chi ha sempre sospettato che qualcosa non tornasse ma ha aspettato le prove prima di dirlo ad alta voce. La scoperta è questa: il sindacato a scuola è ovunque, e ma non fateci affidamento se avete un problema serio da risolvere. È presente in ogni scuola, tappezza le bacheche di volantini, occupa le assemblee di istituto, presidia ogni tavolo istituzionale — e alla fine firma contratti che l’amministrazione ha già deciso altrove, su vincoli stabiliti dal MEF o da Bruxelles, con margini di trattativa che farebbero ridere un delegato metalmeccanico degli anni Settanta.

La mosca cocchiera di Carducci credeva di trainare la carrozza. Il sindacato scolastico ha fatto di meglio: ha convinto se stesso, i lavoratori e in parte anche il Ministero che la carrozza esiste sul serio.

I boomer escono con la tessera in tasca

Per capire come si è arrivati qui bisogna guardare chi sta uscendo di scena. I docenti della generazione del boom — quelli che hanno attraversato gli anni Settanta e Ottanta con la certezza che il sindacato fosse un presidio democratico irrinunciabile — vanno in pensione portandosi dietro una visione del mondo sindacale che aveva un fondamento reale. Alla loro epoca il sindacato scolastico contava. Le battaglie per lo stato giuridico degli insegnanti, per i contratti nazionali, per i diritti del personale precario, le facevano in prima persona e avevano perfino risultati tangibili. Era la stagione in cui sedersi a un tavolo significava qualcosa, in cui lo sciopero già soltanto annunciato, spostava davvero gli equilibri.

Quella stagione è finita da tempo. Ma i boomer — comprensibilmente, e senza colpa — continuano a raccontarla come se fosse ancora in corso. Escono di scena convinti di lasciare un’istituzione viva, ma lasciano una nostalgica scenografia.

La Generazione X scopre il bluff a gioco quasi finito

La generazione che è entrata nella scuola tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila ha vissuto il sindacato come un dato di sfondo — presente, rumoroso, vagamente rassicurante. Ha partecipato alle assemblee con la diligenza di chi sa che bisogna farlo, ha pagato la quota, ha letto i volantini in bacheca con la stessa attenzione con cui si legge il menu di una mensa aziendale.

Poi, a un certo punto, è arrivata la vicenda del CCNI sulla mobilità — o quella del taglio alla Carta del Docente spacciato per ampliamento, o quella del TFA equiparato all’Indire per decreto, o qualsiasi altra delle piccole grandi sopraffazioni amministrative degli ultimi anni — e la Generazione X ha fatto i conti. Il sindacato aveva firmato. Oppure non aveva firmato ma non aveva potuto far niente. Sicuramente aveva protestato, in un modo così rituale da non disturbare nessuno. In tutti i casi, il risultato era lo stesso.

La scoperta non è stata traumatica come lo sarebbe stata per un boomer. È stata, semmai, la conferma di un sospetto che ci si portava dietro da anni. Una di quelle rivelazioni che non stupiscono, ma che fanno ugualmente un certo effetto quando diventano ufficiali.

I giovani e il sindacato-CAF

Le nuove generazioni di insegnanti non hanno nemmeno il problema di disilludersi. Perché non si sono mai illuse. Hanno un rapporto con il sindacato scolastico che è insieme più onesto e più desolante: lo usano come sportello di servizio. Bisogna compilare la domanda per il riconoscimento del servizio pre-ruolo? C’è il sindacato. Serve aiuto per capire come funziona la graduatoria provinciale? C’è il sindacato. Qualcuno deve spiegare la differenza tra TFR e TFS in termini comprensibili? C’è il sindacato, con un funzionario che sa tutto di pratiche amministrative e sempre meno di rapporti di forza.

Mica sono cinici? È solo realismo generazionale. I giovani insegnanti hanno capito prima degli altri che il sindacato scolastico serve da CAF anche se ha le bandiere rosse, o verdi o azzurre, o gialle appese alle pareti. Un servizio utile, per carità. Ma non esattamente quello che i boomer pensionati rimpiangono come la gioventà oramai archiviata.

Il dato che dice tutto

Più del sessanta percento dei lavoratori della scuola ha una tessera sindacale, ma l’adesione agli scioperi è da anni sotto il dieci percento, spesso molto sotto. L’ultimo sciopero nazionale del comparto, promosso il 9 marzo da FLC CGIL su temi legati alla parità di genere, ha raggiunto circa l’uno percento di adesioni — due giorni prima della firma del contratto sulla mobilità che aveva riscritto in peggio le deroghe concordate un anno prima.

Sessanta percento di iscritti. Uno percento in sciopero. Il resto paga la quota, delega, e torna in classe.

È la fotografia perfetta di un’istituzione che ha ancora tutta la forma e sempre meno sostanza, con gli iscritti che cercano il patronato, giammai il conflitto.

E così il sindacato ha imparato a vivere nell’equivoco, che poi è comodo un po’ per tutti. I lavoratori si sentono tutelati senza dover fare niente, i funzionari sindacali siedono ai tavoli istituzionali per diritto acquisito, il Ministero trova più semplice trattare con chi non può davvero alzarsi e andarsene.

La carrozza va avanti lo stesso

La mosca cocchiera di Carducci, alla fine, non era stupida. Sapeva benissimo di non trainare niente. Si era solo abituata al rumore che faceva, e al fatto che nessuno la smontasse ufficialmente.

Il sindacato scolastico italiano è arrivato allo stesso punto. Sa — o dovrebbe sapere — che le decisioni strategiche si prendono altrove: al MEF, in Parlamento, nei tavoli europei sul PNRR. Sa che la categoria non sciopera e non ha voglia di litigare in prima persona con nessuno. Sa che il suo scopo concreto è compilare domande che richiederebbero un commercialista.

Eppure continua a volare davanti alla carrozza, ronzando forte. Una carrozza che comunque andrebbe avanti lo stesso.

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