Ogni anno, a fine luglio, succede la stessa cosa. Escono quasi in contemporanea i dati sugli esiti della maturità, i comunicati ministeriali su inclusione e dispersione scolastica, e qualcuno riprende i risultati Invalsi per confrontarli con i voti appena usciti. Arriva puntuale anche il commento di Davide Giacalone, che da anni ripete più o meno lo stesso teatro. E sotto quel commento si apre lo stesso altro teatro, quello dei social. Chi difende i docenti, chi difende gli Invalsi, chi difende il Sud, chi difende il Nord, chi ricorda che negli anni Novanta si stava meglio, chi ricorda che si stava peggio. Le battute sono quasi le stesse dell’anno prima, con qualche refuso diverso.
Non è un caso che succeda sempre a fine luglio, è perché il ministero ha bisogno di raccontare, nello stesso comunicato o in comunicati vicini, che il sistema include e che la dispersione scala. I giornali, nel pieno dell’estate, hanno bisogno di un tormentone che si scriva quasi da solo. E tre notizie diverse, uscite nella stessa finestra di due settimane, finiscono per fondersi in un’unica narrazione, che fa più rumore tutta insieme di quanto ne farebbe ciascuna per conto suo. Il problema è che sono tre cose diverse. Hanno in comune solo il calendario, e tenerle insieme ogni mezza estate, conviene praticamente a quasi tutti quelli che le maneggiano.
Ma se proviamo a separarle?
I voti di maturità sono troppo alti?
Io un’idea di dove nasca il problema ce l’ho, e viene da dentro un’aula, non da un talk show.
C’è un lunedì mattina, uno qualunque, che si ripete identico da settembre a giugno in ogni scuola italiana. Il registro si apre, un nome viene chiamato, un ragazzo si alza. Risponde. Le parole sono quelle giuste, nell’ordine giusto, con le pause giuste. Il professore ascolta, e a un certo punto arriva il momento in cui potrebbe fare la domanda che sposta tutto, quella che chiede non di ripetere ma di capire. Il professore difficilmente la fa, perché costerebbe troppo. Costa il muso del collega che nell’ora successiva deve gestire la stessa classe, costa la telefonata del genitore, costa il dirigente che ricorda quanto sia importante non perdere iscritti. Il voto che esce è in genere alto, o comunque tendente alla sufficienza (d’altra parte è oramai regola non scritta che un voto inferiore al quattro sia da attribuirsi solo a qualche forma di ammutinamento del discepolo). L’effetto diretto? Il ragazzo si siede ed è convinto di saperne abbastanza. La famiglia è orgogliosa della carriera del proprio virgulto.
Questa scena è destinata a ripetersi per cinque anni. Decine di interrogazioni, decine di segnali falsi. Alla fine del percorso quel ragazzo non avrà soltanto un voto sbagliato, avrà soprattutto un’immagine di sé costruita su un segnale che non ha mai avuto a che fare con la realtà. È esattamente la condizione in cui uno non sa di non sapere, perché nessuno glielo ha mai potuto dire nel solo linguaggio che lo misura davvero, cioè il voto. Chiamatela come volete, per me è il sintomo più evidente di un sistema che da un bel po’ ha smesso di formare per limitarsi ad accompagnare facendo prevalere il formalismo docimologico sulla sostanza. Colpa del docente? Colpa della scuola? Colpa delle famiglie? È lo spirito del tempo, avrebbe detto qualcuno nell’Ottocento, quando la fatica di studiare corrispondeva ad effetti concreti nella vita reale. Ma questo sarebbe un altro discorso.
Torniamo all’esame di maturità.
L’esame arriva alla fine di questo processo, non all’inizio, e per questo è la parte meno interessante della storia, anche se è quella su cui si concentra tutta l’indignazione di mezza estate. A voler essere obiettivi, la vera ingiustizia non è nel voto finale, ma nei cinque anni in cui si è deciso, interrogazione dopo interrogazione, di non dire a qualcuno che non stava imparando abbastanza. All’esame, famiglie e studenti, ma un po’ anche docenti e dirigenti, sono ormai assuefatti al ritmo e si aspettano voti che altrove non starebbero né in cielo né in terra. Si protesta per il sette che oramai sembra un’offesa, ma nessuno protesta per gli anni sottratti prima, quando protestare poteva ancora servire a qualcosa.
Solo che poi arriva il conto, e chi ha ricevuto per tutto il tempo passato a scuola un feedback falso si presenta all’università, o al lavoro, con la sicurezza di chi non ha mai avuto motivo di dubitare di sé. Per alcuni diventa un incubo che si materializza al primo esame vero, quello che nessuno ha interesse a addolcire. Per altri, indubbiamente più numerosi, diventa una gara al ribasso, perché l’ambiente che li accoglie si è già adattato a chiedere sempre un po’ meno, con la stessa logica del quieto vivere che li ha portati fin lì.
Questo è il problema della maturità. Non l’esame in sé, che è solo il momento in cui arriva il conto, ma è tutto quello che succede prima, e nessuna riforma del rito finale lo può toccare.
L’Invalsi
Qui bisogna essere onesti fino in fondo, anche quando l’onestà toglie forza a un argomento che farebbe comodo.
Le prove Invalsi e i voti di maturità non misurano la stessa cosa, e chi lo ripete ogni anno, di solito per difendere la scuola dall’accusa di regalare voti, non ha torto. L’Invalsi fotografa un dato puntuale, in un giorno preciso, su una porzione limitata di competenze in italiano, matematica, e ora inglese. La maturità dovrebbe valutare un percorso quinquennale intero, con tutto quello che un percorso lungo cinque anni porta con sé, la capacità di argomentare, la tenuta sotto pressione, la crescita personale che un test a crocette non può nemmeno provare a cogliere. Restano strumenti diversi, con obiettivi diversi, e trattarli come intercambiabili è un errore.
Solo che quando due strumenti diversi, applicati sulle stesse materie di base agli stessi ragazzi nello stesso anno, danno risultati sistematicamente opposti, e lo fanno seguendo un pattern geografico che si ripete identico anno dopo anno, quella divergenza smette di essere rumore statistico. Diventa un sintomo. Non prova che l’Invalsi abbia ragione sul valore assoluto della preparazione di ciascuno. Prova che uno dei due strumenti risponde a pressioni che l’altro non conosce. E l’Invalsi, con tutti i suoi limiti, che sono reali, resta l’unico dei due che non deve nulla al preside, ai genitori, al collegio dei docenti o al rischio di un ricorso al Tar. Non è un giudice perfetto quanto piuttosto un testimone scomodo, e la sua scomodità è proprio ciò che lo rende utile.
Il valore legale del titolo di studio
La terza gamba del discorso di Giacalone è quella che di solito passa più in fretta, perché sembra tecnica e un po’ vecchia, ed in effetti è anche quella con la storia più lunga.
L’abolizione del valore legale del titolo di studio non è una proposta nata dal dibattito di quest’anno. È la posizione che Luigi Einaudi scrisse nel 1947, in “Vanità dei titoli di studio”, e ripropose nel 1955 in “Scuola e Libertà”. La Fondazione che porta il suo nome le ha dedicato una pubblicazione ancora nel 2022. Quando la proposta torna fuori ogni estate, insieme ai dati su maturità e Invalsi, non sta rispondendo a quei dati. Sta semplicemente trovando, come ogni anno, l’occasione per ripetere un articolo di fede vecchio di settant’anni.
L’argomento in sé, spogliato dalla circostanza, ha una sua logica. Se il diploma non garantisce nulla di per sé, meglio lasciare che sia chi assume a valutare le competenze reali, senza l’intermediazione di un pezzo di carta uguale per tutti. Il problema è che questo già succede. Non mi risulta che il mercato del lavoro privato, in Italia, guardi il voto di maturità. Guarda quale scuola, quale università, quale rete di conoscenze c’è dietro quel titolo. I licei che contano, quelli dove si concentra chi arriva già con più strumenti, sono già oggi durissimi, bocciano, reindirizzano, selezionano prima ancora che il voto finale venga scritto. Il mercato, insomma, sta già giudicando le competenze acquisite. Lo fa però attraverso un filtro molto più selettivo del voto legale, quello della reputazione dell’istituto e del capitale sociale di partenza. Togliere il valore legale non introdurrebbe quella selezione ma la renderebbe soltanto esplicita, formalizzando un vantaggio che oggi (almeno sulla carta) è nascosto sotto un titolo uguale per tutti (altra forma di ideologismo, of course).
Va detto però che dove il valore legale morde davvero non è il mercato privato, che se ne è già in buona parte affrancato, ma è nel mondo dei concorsi pubblici, negli albi professionali che regolano l’accesso a professioni come avvocato, medico, notaio, e in parte nell’accesso a percorsi universitari a numero chiuso. In tutti questi casi non è “il mercato” a essere vincolato dal titolo. È lo Stato, o gli ordini professionali che dallo Stato ricevono la loro autorità. Quindi la proposta, tolta la retorica sul mercato imparziale, si riduce a qualcosa di più circoscritto e più discutibile nel merito, deregolamentare l’accesso al pubblico impiego e alle professioni regolamentate. Può essere un’idea legittima. Non è però una risposta al problema di chi esce dalla scuola senza le competenze di base, che è tutt’altra questione.
Il nodo
Ognuna delle tre questioni ha una sua urgenza vera, ma nessuna delle tre soluzioni proposte da chi le mescola risolve il problema dell’altra.
Abolire l’esame di maturità non tocca il meccanismo del quieto vivere che produce voti falsi per cinque anni prima che l’esame arrivi. Prendere sul serio i dati Invalsi non basta, da solo, a certificare competenze complesse come l’argomentazione o la scrittura lunga. Abolire il valore legale del titolo di studio non migliora di un grammo la preparazione di chi esce dalla scuola, sposta soltanto chi decide l’accesso al pubblico impiego, e lo fa sulla base di un principio che precede di settant’anni il problema a cui viene applicato.
Tenerle insieme, ogni mezza estate, conviene a quasi tutti gli attori coinvolti. Al ministero, che diluisce il dato scomodo della dispersione implicita tra due numeri più prestabili al trionfalismo, il tasso di diplomati e il calo della dispersione esplicita. Alla Fondazione, che trova ogni anno l’occasione per rilanciare un cavallo di battaglia identitario senza doverlo argomentare da capo. Ai giornali, che hanno il loro pezzo pronto senza bisogno di indagare oltre il titolo. A nessuno conviene, invece, che qualcuno chieda conto di una sola cosa alla volta.
Il rito di mezza estate
Il rito di mezza estate, con Giacalone che tuona e i commenti che si accalcano sotto il post, non è dunque solo pigrizia editoriale. È un meccanismo che funziona proprio perché confonde. Tre problemi diversi, mescolati in un unico calderone, permettono a ciascuno degli attori in gioco di rispondere di tutti e tre insieme, il che equivale, nei fatti, a non rispondere di nessuno. Poi le persiane si riabbassano, e si ricomincia.












