Ogni anno, a febbraio, il Ministero pubblica i dati sulle iscrizioni alle superiori. Ogni anno i giornali titolano, il ministro esulta, i social si dividono tra nostalgici del greco e profeti dell’innovazione. Poi passa una settimana e non se ne parla più. Fino all’anno prossimo, quando la liturgia si ripete identica.
Vale però la pena guardare i numeri con calma, perché dicono qualcosa di più di quello che sembra.
Il liceo classico è al 5,20%. Lo scientifico tradizionale scende al 13,16%. Insieme, i due indirizzi con studio sistematico del latino non arrivano al 19% del totale liceale. Nel frattempo le scienze umane crescono, l’economico-sociale sale, il liceo sportivo tiene. La filiera 4+2 — quattro anni di tecnico-professionale più due di ITS Academy — ha quasi raddoppiato gli iscritti rispetto all’anno precedente, con un’accelerazione marcata al Sud. Il ministro Valditara celebra quest’ultimo dato come una vittoria. Non ha tutti i torti: è esattamente la scuola che voleva.
I dati regionali completano il quadro e lo rendono brutale. Il Lazio ha il 69,72% di iscritti ai licei — record nazionale. La Campania è al 61%, la Sicilia al 61,79%. Scendendo verso Nord la quota liceale crolla: Lombardia sotto il 50%, Emilia-Romagna al 46%, Veneto al 44%. E il classico in particolare: nel Lazio è all’8,6% delle iscrizioni totali. In Lombardia è al 3,2%. La forbice è quasi tre a uno.
Questa mappa non racconta una differenza culturale. Racconta una differenza economica. Al Nord esiste un mercato del lavoro che assorbe diplomati tecnici e li paga. Che non significa che i percorsi tecnici non possano essere cognitivamente esigenti — ma che la loro attrattività dipende dal mercato del lavoro che li remunera. Al Sud quel mercato è sottile o assente. Lì il percorso razionale è uno solo: liceo, università se possibile, poi concorso pubblico o emigrazione. Il diploma serve a fare la domanda, non a fare il lavoro. In questo schema il tipo di liceo conta relativamente poco — conta avere la parola “liceo” sul documento. Quindi si sceglie il liceo meno faticoso.
Perché le famiglie scelgono così? La risposta standard — i ragazzi non sanno cosa vogliono, l’orientamento non funziona — è vera ma insufficiente. Il consiglio orientativo della scuola media esiste, è obbligatorio, e viene ignorato sistematicamente. Non perché le famiglie siano irrazionali: perché non gli riconoscono autorità su una decisione che considerano propria.
Quello che fanno le famiglie italiane, nella stragrande maggioranza dei casi, è scegliere un rapporto tra etichetta e prezzo. L’etichetta è “liceo” — che evoca ancora, nell’immaginario collettivo, una formazione seria, un accesso all’università, una posizione sociale riconoscibile. Il prezzo si misura in anni di versioni di latino, interrogazioni di matematica, debiti formativi, lacrime al tavolo della cucina. Se puoi avere l’etichetta a un prezzo ridotto — niente latino, informatica, diritto ed economia al posto del greco — perché pagare di più?
Il ragionamento è coerente. Il problema è che si basa su un’illusione: che tutte le etichette “liceo” certifichino la stessa formazione. Non è così. Ma il sistema scolastico italiano, che promuove quasi tutti e trasforma le insufficienze in debiti da sanare d’estate, ha fatto di tutto per rendere quella illusione credibile. La scuola ha ridotto l’abbandono formale — i ragazzi restano dentro — senza ridurre l’abbandono sostanziale, che è quando sei seduto in classe ma non stai imparando nulla di esigente.
Il caso dello scientifico tradizionale è rivelatore. Non perde iscritti per la matematica: le scienze applicate hanno lo stesso carico matematico e crescono. Perde iscritti per il latino. Il latino è il vero marcatore della scuola percepita come difficile. Ogni indirizzo che lo elimina guadagna iscritti. Ogni indirizzo che lo mantiene li perde. È una fuga sistematica dalla complessità che si ripete a ogni livello dell’offerta: dal classico allo scientifico tradizionale, dallo scientifico alle scienze applicate, dalle scienze umane all’economico-sociale. A ogni passaggio si toglie un pezzo di fatica e si aggiunge un’etichetta rassicurante.
Eppure i dati AlmaDiploma dicono che quasi due diplomati del classico su tre lo rifarebbero — nessun altro indirizzo raggiunge quella soddisfazione. E i dati AlmaLaurea mostrano che i diplomati del classico producono una quota sproporzionata di laureati magistrali a ciclo unico rispetto alla loro esigua percentuale di iscrizioni.
Il classico funziona. Il problema è che funziona per chi lo fa, e sempre meno famiglie sono disposte a farlo fare.
Va detto però, senza indulgere alla nostalgia, che la formazione del classico di oggi non è quella di trent’anni fa. Il livello di preparazione reale degli studenti si è abbassato — per le stesse ragioni che hanno abbassato tutto il resto. Il classico vince ancora il confronto comparativo. Ma il traguardo si è spostato indietro per tutti, classico incluso. Quando si celebrano i dati AlmaLaurea bisogna ricordare che misurano i sopravvissuti — non tutta la classe che era entrata.
Valditara ha istituito un tavolo di esperti per “ridisegnare” proprio il liceo classico, per “rilanciarlo”. La parola è rivelatrice. Non si tratta di difendere un modello che i dati mostrano efficace: si tratta di renderlo più attraente — il che nel linguaggio ministeriale significa renderlo più simile agli altri. Si parla di introdurre sociologia, antropologia, psicologia. Discipline rispettabili, che però al liceo delle scienze umane ci sono già. Se il classico diventa un ibrido tra sé stesso e le scienze umane, non è più il classico. È un’operazione di restyling su un prodotto che il mercato non vuole — cambiandogli la confezione invece di spiegare perché il contenuto vale.
La direzione è sbagliata, e lo si capisce guardando cosa fanno le scuole che formano davvero le élite. Eton, le classes préparatoires francesi, i Gymnasium tedeschi di tradizione umanistica: tutti mantengono o intensificano latino, greco, filosofia, storia antica. Le élite economiche e politiche globali non si formano sui curricula moderni e spendibili. Le élite si formano in percorsi cognitivamente esigenti, magari non necessariamente umanistici. Non abbandonano Tucidide e Cicerone. Non perché il greco o il latino servano al mercato — ma perché imparare a fare una versione difficile insegna come si sostiene la fatica cognitiva prolungata, come si analizza una struttura complessa, come si distingue la forma dal contenuto.
Gramsci lo aveva capito con una precisione che non ha perso smalto. Dai Quaderni del carcere, nel 1932, scriveva che il rischio della scuola “moderna e professionale” — quella che elimina il latino in nome dell’utilità — è di produrre «un’ulteriore differenziazione tra coloro che veramente governano e coloro che sono governati». La scuola classica era oligarchica non per i programmi, ma perché la si voleva riservata ai pochi. La soluzione non era abbassarla — era aprirla. Invece è stata svuotata.
Intendiamoci: non c’è una regia malvagia dietro questa deriva. Non c’è un ministro che ha deciso di abbassare l’asticella per tenere le masse ignoranti. Non c’è un piano. C’è qualcosa di più banale e più difficile da combattere: una società che ha cambiato idea su cosa le serve, e una scuola che si è adeguata.
Fino alla fine della guerra fredda la scuola pubblica aveva una funzione politica precisa. Formava quella classe media fatta di soggetti ideologicamente attrezzati — da una parte o dall’altra. La DC voleva cittadini integrati nel sistema atlantico, capaci di resistere alla seduzione comunista. Il PCI voleva quadri consapevoli, lavoratori con strumenti critici. Entrambi avevano bisogno di una scuola che formasse davvero. Il classico era funzionale a entrambi i progetti. Era la scuola della complessità, perché la complessità serviva.
Con la fine di quella partita, il mercato non ha più avuto bisogno di mediare per conservare se stesso, ed ha preso il posto della politica anche come committente dell’istruzione. E il mercato non ha bisogno di sfornare persone capaci di leggere Tacito. Ha piuttosto bisogno di persone capaci di compilare un form. La classe media, fondamentale per la conservazione del sistema politico, economico e sociale, si riproduceva attraverso la scuola difficile perché quella scuola produceva esattamente il tipo di persona che la classe media richiedeva. Quando quella classe si assottiglia, quella domanda sparisce e le famiglie si adattano razionalmente a un mondo che ha smesso di premiare la complessità in una forma di adattamento che però vira decisamente verso il basso.
Il dato più inquietante non è la crisi del classico. È la polarizzazione silenziosa che si sta producendo dentro il sistema scolastico — e che non è figlia di una scelta della scuola, ma di una trasformazione della società.
Chi ha ancora il capitale culturale e le risorse economiche per capire il valore di una formazione di non immediata utilità e dei vantaggi di un processo di formazione difficile, lo trasferisce ai figli — attraverso il classico, attraverso lo scientifico serio, attraverso licei pubblici selettivi de facto o scuole private con rette che selezionano in modo diverso ma non meno netto. Chi invece continua ad inseguire il modello sociale caratterizzato dalla centralità della classe media sceglie il liceo leggero convinto di fare una scelta moderna, e così consegna i figli a una formazione che non li aiuterà a risalire per mancanza del codice giusto.
La scuola pubblica italiana non ha smesso di credere nella difficoltà dell’istruzione complessa. È la società italiana che ha cominciato a non crederci più. E la scuola, come sempre, si è adeguata. Il classico non muore per colpa di Valditara, ma perché la società che lo aveva generato — quella della classe media ambiziosa e colta, interessata a trasferire il proprio linguaggio e la propria posizione ai figli investendo per anni in formazione— semplicemente non serve più.












