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Il burqa in classe e le ragazze che in classe non arrivano

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Se il tetto agli alunni stranieri sembra più che altro una recita, il divieto di burqa e niqab a scuola è una di quelle tavolate di famiglia in cui basta nominare un parente per far volare i piatti. Giorgia Meloni lo ha annunciato insieme al resto, e su questo tema i piatti volano in ogni direzione, perché le linee di frattura corrono anche dove uno non se le aspetta.

Si litiga ovviamente tra destra e sinistra, ma si litiga anche dentro la sinistra, e con una ferocia che nella destra, almeno per ora, non si vede.

Converrebbe partire da quello che c’è. In Italia una legge del 1975 vieta di coprirsi il volto in pubblico senza giustificato motivo, ma la giurisprudenza, Consiglio di Stato compreso, ha stabilito che il motivo religioso può essere giustificato, purché la persona si lasci identificare. I sindaci che hanno provato a vietare il burqa con un’ordinanza sono stati regolarmente bocciati, e l’unica regione che ha legiferato è la Lombardia. A scuola, di conseguenza, decide il buon senso del preside. A Monfalcone il buon senso aveva prodotto una soluzione degna di una commedia all’italiana. Cinque studentesse venivano identificate in una stanza a parte, si toglievano il velo davanti a una referente, e poi tornavano in classe con il volto coperto. Pier Luigi Bersani sostiene che il velo integrale in classe non è tollerato già adesso. A Monfalcone, evidentemente, non lo sapevano.

Un vuoto normativo, dunque, esiste, e chiedere al legislatore di colmarlo non è semplice propaganda. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già ritenuto legittimi i divieti francese e belga in nome di una formula che suona quasi come una buona educazione di Stato, il vivere insieme. Guardarsi in faccia, in una comunità, è il minimo sindacale. In classe, dove l’insegnante deve capire se un’alunna ha capito, lo è ancora di più.

Poi però arriva la stampa, e il merito sparisce sotto il rumore. L’opposizione ufficiale ha scelto la linea dei numeri. La responsabile scuola del Partito democratico, Irene Manzi, parla di pochi casi eccezionali e chiede al governo di dire di quante studentesse si stia parlando. Richiesta legittima che il governo farebbe bene a soddisfare. Il ministro Valditara ha risposto chiedendo dove siano finite le femministe di sinistra. E le femministe di sinistra, in effetti, si sono fatte sentire, solo che se la sono presa con la sinistra.

Paola Tavella ha scritto un testo durissimo, rilanciato da Paola Concia, che di sinistra è stata deputata. L’accusa è di aver abbandonato le donne arrivando a difendere il niqab. C’è dentro molta rabbia e qualche generalizzazione di troppo, ma c’è anche un argomento da prendere sul serio. Chi dice di non aver mai visto un velo integrale in quarant’anni di liceo, sostiene Tavella, dimentica che le ragazze a cui verrebbe imposto al liceo non ci arrivano. L’assenza del burqa dalle aule, insomma, potrebbe non essere la prova che il problema non esiste, ma il sintomo che esiste altrove. Sotto il post, centinaia di commenti hanno trasformato la questione in un processo alla sinistra dal 1989 in poi, con tappe a Teheran e ritorno. La scuola, a quel punto, era già uscita dalla conversazione da un pezzo.

Qui le idee su immigrazione e integrazione mostrano tutta la loro confusione, e non da una parte sola. La destra, che per decenni non ha certamente fatto del femminismo la sua bandiera, oggi difende la libertà delle donne contro il velo, e lo fa con la sincerità di chi ha trovato un argomento che funziona. La sinistra si ritrova divisa tra due fedeltà, quella alle culture delle minoranze e quella alle donne che dentro quelle culture non vogliono stare. E quando le due fedeltà entrano in conflitto, non sa quale scegliere. Il terreno è perfetto per litigare a mezzo stampa, perché ciascuno può accusare l’altro di ipocrisia e avere almeno in parte ragione.

La proposta più articolata, a sinistra, è arrivata da Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra. Invece dei divieti, dice, servono percorsi di emancipazione. Alzare l’obbligo scolastico fino alla maggiore età, chiudere la scappatoia dei corsi di formazione con cui si aggira, garantire l’università gratuita alle ragazze che scelgono di liberarsi da famiglie oscurantiste. Sono idee serie, e l’obbligo fino ai diciotto anni meriterebbe una discussione a sé. Ma la proposta ha un presupposto che non regge sempre, e cioè che a scegliere sia la ragazza.

Ogni volta che la cronaca racconta di un matrimonio combinato rifiutato, si capisce dove si inceppa il meccanismo. Il nome di Saman Abbas, la diciottenne di Novellara uccisa nel 2021 dopo aver detto no alle nozze che la famiglia aveva deciso per lei, è lì a ricordarlo. Le ragazze, in quelle storie, l’Occidente lo hanno assorbito eccome. Vanno a scuola, hanno amiche, vogliono decidere della propria vita. Impermeabili sono certe famiglie, e le strutture patriarcali che dentro alcune comunità decidono al posto loro. Un percorso di emancipazione si offre, ma per accettarlo bisogna poterci arrivare. E se la famiglia ritira la figlia da scuola dopo la terza media, il percorso resta un bel progetto su un foglio.

Il divieto, però, ha lo stesso punto debole, rovesciato. È l’obiezione che in Francia si discute da vent’anni. Una famiglia che impone il velo integrale, davanti al divieto, può scegliere di togliere il velo o di togliere la ragazza dalla scuola. Se sceglie la seconda strada, la legge avrà ottenuto un’aula più ordinata e una ragazza in meno.

Il ministro ha richiamato le sanzioni del decreto Caivano per i genitori che non garantiscono la frequenza scolastica dei figli. E forse è la parte più importante del discorso, ma anche quella di cui si è parlato meno.

Perché il merito, alla fine, è molto più stringente di tutte le polemiche. Il problema non è il velo che si vede in classe, ma la ragazza che in classe non arriva. Un divieto senza controllo sulla frequenza rischia di spingerla fuori. Un percorso senza la forza di imporre la frequenza rischia di non raggiungerla mai. Le due cose, che a mezzo stampa vengono presentate come alternative, servono insieme. Ma dirlo non fa titolo, non consente di accusare nessuno di ipocrisia e non sposta un voto.

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