Com’è che Sal Da Vinci ha vinto Sanremo 2026 con “Per sempre sì” partendo da una quota bookmakers di 66 a 1? Alla presentazione del pezzo i critici ridevano e Carlo Conti stesso commentava che “serviva anche questo”. Aldo Cazzullo ha parlato di melensaggine da matrimonio di camorra. La Crusca ha archiviato il testo nella cartella dei luoghi comuni.
Com’è che sia stato, il pubblico la canticchiava già durante la serata finale, e su TikTok il video delle suore di Bologna — laiche, artiste, non vere monache, sia chiaro — ha raccolto centomila visualizzazioni in pochi giorni.
Un paradosso? Forse proprio no.
La formula
Partiamo dalla musica, che è la cosa più onesta da fare quando si parla di musica.
Il ritornello di “Per sempre sì” segue una progressione armonica classica. È il ciclo delle quinte in versione melodica italiana, ampio, rotondo, costruito per essere cantato in coro da persone che non sanno cantare.
Non è una novità: è esattamente la stessa struttura di “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri, 1970. Le differenze sono minime ma non è un plagio. È qualcosa di più sofisticato: è reverse engineering di una hit collaudata, condotto con la precisione di chi sa che le orecchie umane riconoscono ciò che hanno già sentito e lo chiamano “bellezza”.
Il team che ha costruito questo meccanismo si chiama Itaca, ha sede a Milano, e conta oltre duecento dischi di platino all’attivo — “Roma-Bangkok”, “Due” di Elodie, e una lista di titoli che attraversa quasi ogni decade recente della musica italiana commerciale. Federica Abbate, una delle autrici, ha dichiarato che il progetto è nato da un’osservazione semplice: i matrimoni italiani viralizzano su TikTok, ma manca una canzone dedicata. Gap identificato, prodotto sviluppato, interprete selezionato.
L’interprete è Sal Da Vinci: 56 anni, napoletano nato a New York, diciassette partecipazioni a Sanremo, voce passionale, carisma scenico rodato. Non è lì per caso. È lì perché dà credibilità umana a un prodotto che, senza di lui, sarebbe un esercizio di marketing con la melodia.
Il meme come vettore
Jacopo Tomatis, sul Giornale della Musica, ha scritto una cosa che vale la pena citare: Sal Da Vinci ha vinto proprio perché è un meme. Per il suo pubblico consolidato era un idolo da proteggere; per i giovani era qualcosa di instagrammabile, un oggetto da ironia affettuosa che scivola senza resistenza sui feed.
Quello che la critica tradizionale fatica a metabolizzare è che nell’economia dell’attenzione contemporanea, il confine tra “è bellissimo” e “fa ridere” è una porta girevole. Il video delle suore che ballano funziona perché unisce il trash e la commozione in proporzioni calibrate.
La classifica finale di Sanremo 2026 lo conferma: “Per sempre sì” batte Sayf, Ditonella Lotta, Arisa. Nessuno di questi artisti è “meno popolare” in senso assoluto — ma nessuno aveva una canzone che potesse diventare un meme universale in quarantotto ore.
Il problema della critica
La critica musicale italiana ha un problema strutturale: usa categorie estetiche per analizzare fenomeni di mercato e poi si stupisce quando i risultati non coincidono.
“Per sempre sì” è, oggettivamente, una canzone con un testo banale e una melodia riciclata. Questo sembrerebbe un giudizio estetico tutto sommato corretto. Ma l’originalità ha smesso di contare da un bel po’ per il successo sia pure estetico. Il successo misura la retention, le condivisioni, i radio-play. Gli algoritmi delle piattaforme di streaming premiano le formule prevedibili perché le orecchie si fermano su ciò che riconoscono. Una canzone che sorprende può essere artisticamente superiore e commercialmente irrilevante.
Non è che il pubblico abbia torto. Il pubblico e la critica guardano cose diverse, e confonderle produce solo frustrazione da entrambe le parti — e articoli stizziti su quotidiani nazionali che non cambiano nulla.
Tomatis usa la parola “Restaurazione” per descrivere il Sanremo di Carlo Conti: un festival che, dopo le stagioni di Mahmood, Blanco e dei giovani disruptivi, torna deliberatamente al nazionalpopolare rassicurante. Con Sal Da Vinci a 56 anni che canta il matrimonio cristiano, il cerchio si chiude. Gli ascolti di Rai1 sono in calo strutturale e la scelta di Conti è difensiva: non conquistare nuovi pubblici, ma consolidare quello che resta.
Bruttezza come strategia
Allora, la questione non è se “Per sempre sì” sia bella o brutta. È che la sua bruttezza — nel senso tecnico di assenza di originalità, eccetera — è parte della strategia, non è un effetto collaterale.
Un prodotto completamente originale richiede tempo per essere assimilato. Un prodotto costruito su formule consolidate è immediatamente disponibile all’uso: per il ballo al matrimonio, per il karaoke, per i reel del giorno dopo. La prevedibilità è un valore aggiunto, mica un difetto.
Itaca lo sa. Abbate lo sa. Sal Da Vinci, probabilmente, lo sa anche lui.
A noi resta la domanda: in un’epoca in cui i tool di intelligenza artificiale possono generare varianti di qualsiasi formula in pochi minuti, e gli esseri umani si limitano a selezionare quella con la retention più alta, cosa è la musica? È un servizio, un paesaggio sonoro. Musica di sottofondo durante lo scrolling.
Non è necessariamente un dramma. Ma è utile chiamarlo con il suo nome, invece di fingere che ci sia ancora un “cuore popolare” che sceglie spontaneamente la canzone più bella.
Il cuore popolare, nel 2026, ha un ufficio a Milano e ci lavorano tanti ingegneri del suono ed esperti di marketing.












