«Il signor Hood era un galantuomo, sempre ispirato dal sole, con due pistole caricate a salve e un canestro di parole. E che fosse un bandito negare non si può, però non era il solo.»
Francesco De Gregori scrisse questi versi nel 1975, nell’album Rimmel, e li dedicò «a M., con autonomia»: quella M. era Marco Pannella. «Questo personaggio così alla Robin Hood, in quel tempo del referendum sul divorzio, mi sembrava incarnare bene la figura di Pannella, una sorta di eroe solitario», spiegò il cantautore anni dopo, in una delle rare volte in cui aveva deciso di parlare dei propri testi. Aggiunse che il Signor Hood, come personaggio rompicoglioni, come personaggio “contro”, era in realtà una parte di tutti noi.
Sono passati dieci anni dalla morte di Pannella, il 19 maggio 2016. E quel bandito, con le sue pistole caricate a salve e il suo canestro pieno, anzi strapieno di parole, ci manca.
Manca perché la politica per come la pensava e la faceva lui non si vede più in giro. La politica che serve alla vita, non alla rappresentazione del potere. L’idea che lo Stato non è un monumento da custodire o un feudo da distribuire ai propri, ma un apparato di potere da attraversare, criticare, limitare. Cosicché le battaglie sul divorzio, sull’aborto, sui diritti dei detenuti, sulla laicità, sull’antiproibizionismo non erano eccentricità di un provocatore, ma il tentativo di costruire una società in cui gli esseri umani potessero fare qualcosa di sensato della propria vita. Una politica della felicità, non solo della giustizia. Una distinzione che oggi suona quasi incomprensibile.
Manca perché sapeva combattere senza distruggere. Il suo stile era teatrale, crudo, spesso esasperato, nelle tribune televisive, con i digiuni, le “piazzate”. Ma non veniva meno a una regola di fondo: l’avversario politico ha dignità, parola, identità, deve continuare a esistere come interlocutore. Anche il fascista, anche il leghista, anche il giudice reazionario erano soggetti con cui scontrarsi, non mostri da eliminare dalla sfera pubblica. La nonviolenza, per Pannella, non era una virtù personale ma un metodo politico: il digiuno, la marcia, la disobbedienza civile, la provocazione giuridica. Un modo di affrontare il conflitto senza trasformarlo in guerra.
Di Pannella ho un ricordo diretto, ancora vivissimo. Era una domenica mattina prima della presentazione delle liste per le comunali napoletane del 2006. A via di Torre Argentina ero arrivato con Marco Rossi Doria che aveva avuto la felice ed insana idea di candidarsi a sindaco con una lista civica contro Rosa Russo Iervolino.
Con Pannella c’erano Daniele Capezzone ed Emma Bonino. Lui aveva in mano sei pacchetti di Marlboro rosse e quattro di toscanelli. Fumò per tutto il tempo, parlò per tutto il tempo, spegnendo e accendendo senza una logica apparente. Voleva fare la Rosa nel Pugno a Napoli e apparentarla con Rossi Doria fuori dallo schieramento della Iervolino. Una mossa laica e coraggiosa. Una “pannellata” avrebbero commentato poi i socialisti quando lo vennero a sapere. La cosa naufragò. Lo SDI a Napoli era saldamente al potere dai tempi di Bassolino, e la Iervolino avrebbe vinto al primo turno come puntualmente fece. Il simbolo della Rosa nel Pugno restò nel cassetto, ma Pannella provò fino alla fine, trovando perfino la disponibilità di Biagio De Giovanni per la candidatura a capolista.
La cosa che mi rimase impressa fu un’altra. L’incontro era stato fatto in gran segreto, l’appuntamento preso il giorno prima. Quello che ci eravamo detti, le ipotesi, le sfumature, tutti gli elementi di quella conversazione, volendo seguire strategie e rituali della politica di allora come di oggi, sarebbero dovuti rimanere top secret in attesa di sviluppi. Tornati a Napoli ci lasciammo alla stazione senza neanche bisogno di raccomandarci il silenzio su quella mattinata. La sera stessa, Pannella ripeté nella sua trasmissione radiofonica in diretta con Massimo Bordin, parola per parola, con le stesse ipotesi, le stesse sfumature, i contenuti dell’incontro. Io chiamai Rossi Doria e ridacchiando gli dissi solo “dovresti saperlo meglio di me che il personale è politico”.
Quella di Pannella non era mancanza di discrezione ma la sua coerenza dichiarata nel rifiutare la politica come inganno o anche solo intrigo. Quando lo incontrai di nuovo qualche tempo dopo mi disse con tono serissimo “la verità da sola non è per forza rivoluzionaria, dire sempre la verità si. Tutta. Questo è veramente rivoluzionario”. E poi accennando un sorriso aggiunse “senza contare che dire le bugie fa ammalare e intanto ti rende infelice”.
Pannella manca, soprattutto perché personificava una terza via che non pare esista più. Né il partito di potere né la protesta identitaria, né la sinistra moralista né la destra securitaria. Una cultura politica capace di parlare di libertà, Stato, corpi, diritti civili e nonviolenza nella stessa frase, senza scivolare nel populismo o nell’indignazione permanente. Qualcosa che oggi non ha rappresentanza nella politica né, a dire il vero, nell’informazione.
«E qualcuno ha pensato che fosse morto lì, però non era vero», cantava De Gregori. Dieci anni fa, invece, è stato vero. E si sente.












