Avevo forse undici anni quando mio padre mi portò in palestra per la prima volta. Era il modo in cui si cresceva va veri uomini a cavallo degli anni Ottanta. Il karate era disciplina, era rispetto, era il modo per non fare la figura del pesce lesso se ti trovavi in brutte situazioni. Io non diventai mai granché — avevo più passione che talento, più entusiasmo che costanza — ma capii subito una cosa: in quella palestra, e in quel mondo, c’era una gerarchia dell’immaginario. E in cima stava Bruce Lee.
La notte del kung fu su Rete 4 era un appuntamento sacro. Quegli speciali notturni che trasmettevano i film uno dopo l’altro, fino all’alba, con gli occhi che si chiudevano sul divano e la testa che si ridestava a ogni grido da combattimento. Li vidi tutti, o quasi. Ma il film che rimase scolpito nella memoria — e nelle conversazioni del giorno dopo in palestra — fu L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente, del 1972.
C’è una scena che chiunque abbia praticato arti marziali da ragazzo conosce a memoria. Bruce Lee affronta un americano enorme, duro, tutto muscoli e karate occidentale. Un toro. L’americano era convincente nella sua fisicità: villoso, possente, con il torace che sembrava una corazza. E Lee — piccolo, veloce, quasi incorporeo — lo smontava pezzo per pezzo. Ad un certo punto gli strappava, letteralmente, i peli dal petto. Un gesto che nella lettura simbolica del cinema di quegli anni era chiarissimo: l’Occidente rigido contro l’Oriente fluido. La forza bruta contro la grazia. Il karate duro contro il kung fu. L’americano perdeva, ma era una vera bestia.

Quell’americano villoso si chiamava Chuck Norris.
Chuck Norris morto alle Hawaii: la notizia e le circostanze
Chuck Norris è morto il 20 marzo 2026 alle Hawaii, a 86 anni. Era ricoverato sull’isola di Kauai da un paio di giorni. La famiglia ha diffuso la notizia mantenendo riservate le circostanze esatte del decesso. “Era di buon umore” avevano riferito in un primo momento fonti vicine all’attore, poi la situazione è precipitata.
L’ultimo messaggio prima di morire
Nel giorno del suo 86esimo compleanno — la settimana scorsa — Norris festeggiava su un ring improvvisato. In un video pubblicato sui social lo si vedeva impegnato in un round di boxe con uno sparring partner: “Non invecchio — diceva — salgo di livello. Niente di meglio di un po’ di azione in una giornata di sole per sentirsi giovani.” Era la battuta perfetta per il personaggio che aveva costruito. Era anche, a quanto pare, l’ultima.
Le parole della famiglia
Nel messaggio d’addio, i familiari hanno scritto: “Per il mondo era un artista marziale, un attore e un simbolo di forza. Per noi era un marito devoto, un padre e nonno amorevole, un fratello straordinario e il cuore della nostra famiglia. Ha vissuto la sua vita con fede, determinazione e un impegno incrollabile verso le persone che amava.” Si era sposato due volte, aveva cinque figli.
Dal tatami a Hollywood: la carriera di Chuck Norris
Carlos Ray Norris — questo il nome anagrafico — non nacque con la fortuna in tasca. Le arti marziali lo avevano salvato da un’infanzia difficile, segnata dalle assenze prolungate di un padre schiavo dell’alcol. Il tatami fu la sua scuola di vita prima che di combattimento.
Campione mondiale di karate: le arti marziali prima di Hollywood
Tra gli anni ’60 e ’70 Norris dominò il panorama mondiale del karate, accumulando cinture nere in Tang Soo Do, Taekwondo, Hapkido e Jiu-Jitsu brasiliano. Si inventò persino una disciplina propria: il Chun Kuk Do. Era, prima ancora di essere un’icona pop, un fuoriclasse del tatami. Il passaggio a Hollywood avvenne quasi per caso. Da campione di lotta, Norris allenava le star. Conobbe così Steve McQueen, che intuì il suo potenziale drammatico e lo spinse verso le colline di Hollywood.
Rombo di tuono, Walker Texas Ranger e la consacrazione pop
Il cinema d’azione americano degli anni Ottanta aveva regole precise: servivano corpi, servivano pugni, serviva la capacità di proiettare sullo schermo un’idea di mascolinità riconoscibile. Norris aveva tutto questo, e in più aveva una storia vera da vendere. Con Rombo di tuono (1984), in cui interpretava un ex prigioniero di guerra che torna in Vietnam per salvare soldati catturati, si rivelò una macchina da incassi: la produzione mise in cantiere un prequel e un sequel.
Ma fu la serie Walker, Texas Ranger (1993-2001) a consacrarlo star popolare e a congelare la sua figura nell’immaginario collettivo come eroe invincibile. Walker era il sogno americano distillato: giusto, solitario, imbattibile, con un cavallo e uno stetson. In Italia lo seguivano i bambini nel pomeriggio e i nonni la sera. Era un prodotto televisivo senza pretese, e funzionava esattamente per questo.
La scena con Bruce Lee: una correzione storica necessaria
La storia della scena in L’urlo di Chen merita una piccola correzione, che faccio volentieri per onestà intellettuale. In quel duello del 1972, Norris non stava recitando la parte del cattivo da cartone animato. Era già, all’epoca, un campione riconosciuto. Il film lo usò come antagonista credibile proprio perché lo era davvero: un karateka occidentale di livello mondiale. La sconfitta sullo schermo era narrativamente necessaria, ma non era un’umiliazione gratuita. Era la dimostrazione che Lee cercava un avversario all’altezza. E Norris lo era.
Come funziona la memoria culturale
Questo dice qualcosa di come funziona la memoria collettiva. Io per anni ricordai quell’americano villoso come una figura ridicola, il simbolo della rigidità sconfitta. Poi crescendo scoprii chi fosse davvero, e la scena assunse un peso diverso. Non era la parabola del prepotente punito. Era l’incontro tra due tradizioni marziali messo in scena con un rispetto reciproco — almeno quanto permetteva il cinema d’exploitation degli anni Settanta.
La vulgata comica del meme — “Chuck Norris non si sveglia la mattina, è il mattino che chiede il permesso”, “Chuck Norris può dividere per zero” — è arrivata dopo, costruita sull’iperbole dell’uomo duro. Ma dietro il meme c’era una carriera vera e una biografia che reggeva il confronto con la leggenda.
Gli infarti, il ritorno al cinema e la morte a 86 anni
I problemi di salute e la resistenza
Nel luglio 2017 Norris aveva subito due infarti durante il campionato mondiale di arti marziali unificate, ed era stato trasportato d’urgenza in un ospedale di Las Vegas. Non si era fermato. Nel 2024 era tornato al cinema con un ruolo principale nel film d’azione Agent Recon e nella commedia Zombie Plane. A 85 anni. Non molti attori della sua generazione potevano dire altrettanto.
Chuck Norris e i meme: l’invincibilità come narrazione collettiva
C’è qualcosa di significativo nel fatto che Chuck Norris sia diventato un meme sull’invincibilità proprio mentre invecchiava davanti a tutti. Internet ha bisogno di miti senza crepe, e lui ha prestato il nome e la faccia a questa esigenza con una certa autoironia. Non si è mai opposto alla caricatura: l’ha abitata, qualche volta l’ha alimentata. Il video del compleanno sul ring — a 86 anni, con lo sparring partner, la battuta sul “salire di livello” — era già, in qualche modo, un meme consapevole di sé stesso.
Il bambino con la cintura bianca che lo guardava in televisione quella notte su Rete 4 non sapeva ancora che avrebbe insegnato storia e filosofia, che avrebbe scritto di scuola e di politica, che il karate sarebbe diventato un ricordo lontano. Sapeva solo che quell’americano con il petto villoso perdeva contro Bruce Lee, e che questo era giusto così.
Adesso che Chuck Norris è morto, mi vengono in mente entrambi. Lee, scomparso a 32 anni nel 1973, consegnato immediatamente alla leggenda. Norris, arrivato a 86, trasformato in meme, sopravvissuto a tutto — agli infarti, all’ironia di internet, al tempo.
Chi dei due abbia vinto davvero, non è più una domanda che abbia senso fare.












