Io ho un caro amico, e già questo, di per sé, è un fatto notevole. Questo mio amico vive in Toscana, tra colline che sembrano dipinte da un pittore che ha deciso di non esagerare. Sono oramai più di vent’anni che si è trasferito lì. Prima come insegnante, poi da qualche anno ha vinto il concorso per Dirigente Scolastico e da allora ha deciso che non sarebbe più tornato da queste parti se non per le vacanze.
Quando torna, ogni due anni circa, ci vediamo in una trattoria che di giorno è pescheria e di sera diventa filosofia applicata al pesce avanzato dalla mattina.
Il mio amico è una persona per bene, colta, con cui si può parlare di tutto: di letteratura, di politica, di calcio, perfino dei figli degli altri. E gli piacciono i frutti di mare crudi e il vino bianco ghiacciato.
Una sera finimmo a parlare di soldi mentre aspettavamo che la signora finisse di preparare due ricciole “freschissime” che ci aveva fatto vedere prima di portarle in cucina.
Io, da insegnante, feci quello che ogni insegnante fa quando sente la parola “stipendio”:
tirai fuori il cedolino e cominciai a lamentarmi. Innaffiando il tutto con una falanghina assai rinfrescante.
Il docente, si sa, è un animale curioso. Vive male il suo ambiguo stato sociale, guadagna poco, ma ha una incredibile capacità di spiegare perché.
Senza farci troppo caso, continuando il discorso senza neanche troppa curiosità mentre mi voltavo verso la cucina da cui cominciava ad arrivare un odore veramente inebriante, gli chiesi con l’incoscienza di chi non sa cosa sta per scatenare «e tu?». Non era una domanda: era un incidente.
Lui mi guardò, sorrise. Bevve. E cominciò dai tabellari allegati al contratto nazionale. Mi spiegò la retribuzione di posizione, quella fissa e quella variabile. Della fascia di complessità dell’istituto, che dipende dal numero degli alunni, dal territorio, da indicatori socioeconomici che avrebbero richiesto una seconda serata per essere compresi. Menzionò la retribuzione di risultato, che però non era ancora stata definita per quell’anno, o forse lo era stata ma non era stata erogata, o era stata erogata in misura ridotta rispetto alle aspettative per ragioni che risalivano alla contrattazione del 2019 e alle sue tormentate vicende attuative.
Intanto erano arrivate le ricciole e io avevo perso il filo mentre mi sistemavo il tovagliolo all’altezza del collo.
«Ti ho risposto?» chiese versandosi un altro po’ di vino. Feci cenno di si. Ma inebriato dalla ricciola e dal vino bianco, feci l’errore di non chiuderla lì. E aggiunsi: «sì, ma in totale, netto in busta paga, quanto?»
Lui finì di masticare il boccone che aveva già in bocca, poggiò la forchetta sul piatto, mi fissò allargando le mani e partì con una inveterata comparativa. Mentre spiegava animatamente mangiando la ricciola con la mano destra e agitando la mano sinistra, io riuscii a capire che il medico di base guadagna di più, il magistrato guadagna di più, il dirigente di pari livello in qualunque altra amministrazione pubblica guadagna di più. In Germania, in Francia, e anche nel Regno Unito, che non è più nell’Unione Europea ma questo non indebolisce l’argomento, i presidi sono pagati in maniera ben diversa. Insomma, ci siamo ritrovati su un piano geopolitico-comparativo dal quale ho faticato non poco a tornare.
«Quindi?» insistetti mentre facevo la scarpetta. Lui mi guardò con quella pazienza lievemente offesa che i dirigenti scolastici riservano a chi non capisce la complessità del loro ruolo, e disse abbassando il tono della voce: «Tu non sai quante responsabilità ho». Fissandomi negli occhi con il bicchiere in mano, prima di bere sospirò «non ci dormo la notte».
E io capii. Non quanto guadagnasse sul serio, eh? Ma che non lo avrei mai saputo da lui.
Bevemmo. Arrivarono le cozze. E continuammo a parlare di quando si potevano ancora mangiare crude. Si, è vero che però poi c’era stato il colera, ma quella era un’altra storia…
Ci sono tornato sopra qualche giorno dopo, facendo quello che ogni cittadino moderno fa quando non capisce: cerca su internet.
Ho scoperto che effettivamente lo stipendio di un Dirigente Scolastico è complicato da calcolare in astratto. Ma ho anche scoperto che ogni scuola, nella sezione Amministrazione Trasparente del suo sito, sottosezione Personale, sottosezione Dirigenti, deve pubblicare entro il trenta marzo di ogni anno l’ammontare complessivo degli emolumenti percepiti dal Dirigente Scolastico dalle finanze pubbliche.
È una di quelle norme sulla “trasparenza” che accompagnano ogni discorso sul pubblico impiego da un quarto di secolo. Una norma con una storia travagliata alle spalle, ma che su un punto non è mai caduta: dire quanti soldi pubblici ha preso il dirigente. Vigente, esigibile.
Sono andato a guardare sul sito della scuola del mio amico. Poi su quello di altre scuole. Prima quelle che conoscevo. Poi quelle prese a caso.
Dopo un’ora buona a cercare ne ho finalmente trovata una con l’informazione che cercavo. Il documento era una paginetta semplicissima che diceva: il DS (nome e cognome) per l’anno 2025 “ha ricevuto” e c’era la cifra specificata al centesimo. Per la cronaca si trattava di una cifra considerevole, il doppio dello stipendio base, presumibilmente grazie alla gestione dei fondi per i vari progetti. Con il PNRR degli ultimi anni, poi, quei soldi sono diventati veramente tanti. E i dirigenti scolastici si sono autoassegnati i compensi da project manager per ogni progetto finanziato: incarichi che partono dai duemila euro per i progetti minori e arrivano ai quindicimila, sedicimila euro per quelli di maggiore entità.
Sempre denaro pubblico aggiuntivo, variabile, che si somma al tabellare, alla posizione fissa, alla posizione variabile, alla retribuzione di risultato, e a tutto il resto di cui il mio amico non aveva finito di parlarmi quella sera.
Negli altri siti non è che non ci fosse proprio niente. C’era qualcosa, ma non quello. In genere avvisi che informano che «tutti i contenuti sono in continuo aggiornamento», magari seguiti dalle delibere ANAC citate per esteso con numeri, date e oggetti. Tutti citano la n. 1310 del 28 dicembre 2016, la n. 1309 dello stesso giorno, la n. 241 dell’8 marzo 2017, la n. 382 del 12 aprile successivo, con relativi link per approfondimenti. Sono le norme che impongono di pubblicare i dati, pubblicate al posto dei dati. È una soluzione che mi ha fatto pensare a quei ristoranti con il menù di quattro pagine e alla fine si scopre che non c’è cibo.
Ho allargato la ricerca ad altre scuole. Stesso schema, con varianti stilistiche. In alcuni casi la sezione era proprio vuota. In altri c’era un documento del 2018 mai aggiornato. In altri ancora c’era il nome del dirigente e la data di nomina, il che è certamente un’informazione, anche se non quella richiesta.
L’ho chiamato e ho provato a fargli presente il risultato della mia ricerca. Gli ho detto: guarda, ho trovato nei bilanci che per il PNRR hai preso X. Mi ha risposto che quelli sono compensi per responsabilità aggiuntive, che la gestione di un progetto europeo è un lavoro enorme, che non è incluso nel contratto ordinario, e che comunque bisogna vedere come sono andate le rendicontazioni finali.
«Altre responsabilità» ha aggiunto.
Chiusa la telefonata ho pensato che esiste una norma che impone di rendere pubblica la somma di tutto questo, tabellare, posizione, risultato, PNRR, tutto in una cifra sola, su un sito istituzionale, accessibile a chiunque. Esiste dal 2013. Non è mai stata abrogata. Nessuno la rispetta, nessuno la fa rispettare, e chi dovrebbe pubblicare i dati è lo stesso che dovrebbe garantirne la pubblicazione.
Però, intanto, ho capito che la prossima volta che vedrò il mio amico non gli chiederò più quanto guadagna. Magari gli chiederò qualcosa sulle responsabilità che ha. Su quello, so già che mi risponderà e lo farò contento. E potrò salvare almeno l’amicizia e le serate in pescheria.












