Debbo fare una confessione un po’ scomoda. Quando ho letto che per Aldo Cazzullo la canzone “Per sempre si” di Sal Da Vinci è la canzone più brutta della storia del Festival di Sanremo e che secondo lui “potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone” ho riso.
Ebbene si, lo confesso. Ho riso. E perfino di gusto. E, per giunta, quando ho visto le foto di Sal Da Vinci trionfante sul palco di Sanremo, non so dire precisamente perché, ma mi è tornato in mente il grande Totò Savio che, tenendo per mano la moglie Jaqueline, arriva al matrimonio di Scella Pezzata nel film Arrapaho indossando il vestito della festa. E ho riso ancora.
Per carità! Sono io quello strano, lo so. Magari sono un tipo distratto, magari preferisco “levare occasione”, ma sul momento mi deve essere sfuggita l’orribile ennesima offesa del sabaudo fellone nei confronti della città, oserei dire perfino di un popolo…
Per fortuna ci sta chi ci pensa. E così la frase ha scatenato in quelli più accorti una vibrante reazione: scrittori indignati, comici concilianti, talk show in loop, social in fiamme. Maurizio De Giovanni ha parlato di scivolone. Alessandro Siani ha mediato. Fiorello ha imitato Sal Da Vinci.
Quanto alla mia superficiale reazione, poi, mi sono reso conto che in fondo diceva una cosa simile a quella che ha scritto Cazzullo. “Per sempre si” è una canzone da matrimonio napoletano, pugliese, siciliano, calabrese. Insomma uno di quei matrimoni del sud in cui quattrocento persone mangiano fino alle tre di notte e il testimone dello sposo piange durante il valzer. E certo, non c’è dubbio che siano così anche i matrimoni dei camorristi.
L’errore di Cazzullo è stato non riuscire a distinguere le due cose. E questo è effettivamente un problema. Non la stroncatura in sé, ma il cortocircuito mentale che trasforma automaticamente il (forse discutibile) gusto popolare meridionale in “camorra”.
Cazzullo potrebbe guardare “Achille Tarallo” di Capuano per capire. Un film gustoso con Biagio Izzo e Tony Tammaro, che del matrimonio meridionale come rito collettivo, caotico e commovente hanno fatto una summa cinematografica. Gli avrebbe fornito gli strumenti lessicali giusti. E se avesse visto anche una puntata del Boss delle Cerimonie, avrebbe scoperto la cosa più scomoda di tutte: che il matrimonio della camorra è esteticamente identico a quello del ragioniere di Nola. Stessa scenografia. Stessa musica. Stessi brani. Ai tempi, magari, un’Ave Maria cantata da Mario Merola. Sal Da Vinci no. Alzerebbe troppo il budget. Toccherebbe rinunciare al volo di colombe o ai fuochi serali.
Tornando alla canzone, a me non è parsa una scelta particolarmente coraggiosa. Non ha rotto niente. Non ha spostato nessuna coordinata.
Ha vinto perché il televoto è uno strumento di mobilitazione della base, e la base si mobilita quando riconosce qualcosa di familiare e rassicurante. E un “si” per sempre è assai rassicurante, considerato che non mi risulta ci sia chi si sposa preventivando durate limitate del matrimonio.
Il televoto, in effetti, è un meccanismo democratico, non una dichiarazione artistica.
Il paradosso è che l’anno scorso, più o meno nello stesso meccanismo, aveva quasi vinto Geolier. Anche lì c’era stata la sollevazione dei commentatori colti: il napoletano stretto non si capisce, troppo urban, troppo di strada. Geolier aveva stravinto il televoto popolare ma aveva perso la giuria degli addetti ai lavori.
Quel testo diceva: se te ne vai, ti lascio andare. Una canzone d’amore che rinunciava al possesso, che riscriveva il codice emotivo maschile meridionale dall’interno e lo faceva in dialetto, con una faccia da Secondigliano.
E la critica colta che oggi si scandalizza per Sal Da Vinci, l’anno scorso tifava contro Geolier perché “non si capisce”.
E allora il problema dell’editoriale di Cazzullo e del giornalismo culturale che rappresenta, è di coerenza prima ancora che di pregiudizio: quando vince il popolare moderno lo trovano incomprensibile o folkloristico. Quando vince il popolare tradizionale lo trovano camorristico. Un Sud esteticamente condannato a non vincere mai, qualunque cosa produca. Un Sud che si consola un po’ troppo con la sua difesa identitaria che finisce per prefigurare la fine della vera intelligenza napoletana, che di critici spietati e autoironici ne ha espressi molti, da Croce a La Capria, da Compagnone a Patroni Griffi.
Su una cosa, per me, Cazzullo ha ragione: la canzone è brutta. E sarebbe perfetta per un matrimonio del Sud, ma Cazzullo ha un problema: non sa distinguere il Sud dalla camorra.
Noi invece abbiamo un altro problema: non sappiamo distinguere la critica dallo stigma.
Così capita che qualcuno dica una cosa giusta nel modo sbagliato. E che noi ci offendiamo nel modo giusto per le ragioni sbagliate.












