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Confessioni di un bingewatcher seriale (con laurea in Filosofia)

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Devo fare una confessione. Insegno Filosofia e Storia al liceo, ho letto più libri di quanti ne ricordi, ho una formazione che sulla carta dovrebbe rendermi un consumatore culturale esigente, selettivo, vagamente snob. E invece passo le notti a guardare serie TV. Non serie intelligenti, non quelle che si citano a cena per fare bella figura — Breaking Bad, The Wire, quelle lì le ho viste, certo, ma non è di quelle che parlo. Parlo di roba scema. Scemissima. Roba che se un mio studente mi dicesse che la guarda gli direi bravo, almeno non stai su TikTok. Ma con la faccia perplessa. E dentro di me penserei: anch’io, ragazzo. Anch’io.

Non le guardo come le guarda la gente normale. Non un episodio a sera, col divano, la copertina e il tè. No. Io le guardo come un tossico. Parto e non mi fermo. Stagioni intere in una nottata. Giornate di ferie divorate davanti allo schermo con la stessa ferocia con cui a dieci anni stavo steso sul letto a leggere fumetti fino all’ora di cena. La stessa identica fame. Solo che a dieci anni erano Topolino, Alan Ford e l’Intrepido, e adesso sono quattro stagioni di un poliziesco turco che non confesserò mai in sala docenti.

Il punto è questo: non è cambiato niente. O meglio, è cambiato il mezzo, ma la compulsione è la stessa. Quella cosa per cui cominci una storia e non riesci a mollare finché non sai come va a finire — non perché sia bella, non perché sia profonda, ma perché ti ha preso. Punto. È la stessa ragione per cui a quindici anni leggevo di fila trecento pagine di un giallo qualunque e a vent’anni divoravo Dostoevskij in due notti: non per il valore letterario, ma per il bisogno fisico di sapere cosa succede dopo.

Chi non ha mai provato questa cosa non può capirla e non deve leggermi, può tranquillamente cambiare pagina. Chi l’ha provata sa che non c’entra l’intelligenza, non c’entra la cultura, non c’entra il gusto. C’entra la fame. Quella fame narrativa che è probabilmente la cosa più antica che abbiamo, più antica della filosofia, più antica della scrittura: il bisogno di storie. L’ho cercato nei libri per trent’anni. Adesso lo cerco anche nelle serie. A volte soprattutto nelle serie.

E qui arriva la parte che un insegnante di Filosofia dovrebbe vergognarsi a scrivere: le serie sceme funzionano meglio. Funzionano meglio perché non pretendono nulla. Non ti chiedono di essere all’altezza, non ti impongono un ritmo intellettuale, non ti giudicano. Ti prendono per mano e ti portano dentro una storia che esiste solo per tenerti lì. È puro feuilleton — Balzac e Dumas facevano esattamente la stessa cosa, solo che lo facevano sui giornali e li chiamavano romanzi d’appendice, e adesso che lo fa Netflix lo chiamiamo “contenuto” e ci sentiamo in colpa.

La verità è che il binge-watching non è il contrario della lettura. Ne è l’erede. Il romanzo popolare dell’Ottocento — quello che la gente aspettava a puntate, quello che ti faceva comprare il giornale il giorno dopo per sapere se il conte era morto o no — è diventato la serie TV. Stessa struttura: personaggi che tornano, trame che si allungano, colpi di scena calibrati per tenerti agganciato. Stessa funzione: costruire un mondo parallelo dove rifugiarti quando il tuo ti sta stretto. Stessa dignità, che poi è nessuna dignità — ed è per questo che funziona. Le cose che funzionano davvero non hanno mai dignità. Ce la danno dopo, i professori, quando ormai non le legge più nessuno.

L’unica differenza vera è il giudizio sociale. Trent’anni fa potevi leggere qualunque porcheria senza che nessuno ti dicesse niente, perché leggere era comunque un atto nobile. “Almeno legge”, dicevano. Adesso se guardi le serie sei un vegetale, un dipendente dallo schermo, uno che ha rinunciato alla vita interiore. Come se Madame Bovary non fosse stata esattamente questo: una donna che leggeva romanzi scemi per sfuggire alla noia della provincia. Flaubert lo sapeva. E non la giudicava — o se la giudicava, si giudicava insieme a lei. “Madame Bovary c’est moi”, diceva. Ecco. Io e la mia serie turca, stessa cosa.

Mi resta un sospetto, però. O forse una speranza per me… Che questa fame non sia solo un vizio privato ma il sintomo di qualcosa di più largo. Viviamo in un’epoca in cui la realtà è diventata così rumorosa, così insistente, così densa di informazioni e opinioni e catastrofi, che il bisogno di storie — storie semplici, storie che vanno da qualche parte, storie con un inizio e una fine — è diventato quasi una forma di sopravvivenza. Non ci rifugiamo nelle serie perché siamo pigri. Ci rifugiamo perché il mondo reale non ha una trama, non ha un ritmo, e soprattutto non ha una fine. Le serie sì. E in quel “continua la prossima stagione” c’è una promessa che la realtà non fa mai: che qualcuno ha pensato a come va a finire.

Comunque sia adesso scusatemi. Devo andare. Ho una stagione da finire.

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