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Neapolitan sound: la mia educazione sentimentale negli anni ’90

neomelodici

Cresciuto in una famiglia borghese napoletana, dove l’italiano era l’unica lingua ammessa a tavola per i figli – un’eredità del Risorgimento che ci distingueva dal “popolino” – non avrei mai immaginato che il mio napoletano autentico, quello crudo e viscerale, l’avrei imparato non sui banchi di scuola, ma davanti alla TV con i neomelodici degli anni ’90. Avevo vent’anni, mi atteggiavo a giovane intellettuale in erba, e quei cantanti – Nino D’Angelo col suo caschetto biondo, Gigi D’Alessio con le sue ballate strazianti, Tommy Riccio e i suoi latitanti – mi sembravano il bersaglio perfetto da sfottere.

Sfotto’ innocenti e dialetto rubato

All’inizio era solo sfottere: li chiamavo “i re del lustrino”, ridicolizzavo i loro videoclip girati tra matrimoni chiassosi e Quartieri Spagnoli, con testi che parlavano di tradimenti, gelosie e “guapparia” in un napoletano così stretto da essere quasi un codice segreto. “Nu jeans e na maglietta” di D’Angelo? Una parodia pop della tradizione, dicevo ai miei amici del liceo, mentre mimavo le loro mosse melense. Ma ecco il paradosso: ridendo, memorizzavo. Frasi come “’A camorra nun se ne va” o i lamenti d’amore di Franco Ricciardi filtravano nel mio orecchio, e senza accorgermene, il dialetto – quello vero, del popolo napoletano – entrava nel mio vocabolario quotidiano. Ascoltandoli a ripetizione su Tele Akery o Telecapri, imparavo l’accento dei vicoli, le inflessioni che mia madre proibiva, e capivo meglio i garzoni del bar sotto casa o i parenti del Vasto.

L’impatto sentimentale inaspettato

Minimizzavo, sì, ma qualcosa si insinuava. La colonna sonora ufficiale della mia formazione era altra, naturalmente: De André con la sua morale degli ultimi, Fossati con la malinconia mediterranea, De Gregori con le metafore che parevano letteratura, Guccini con la Storia scritta in maiuscolo, Gaber con il teatro politico che era anche filosofia. Quella era la musica “giusta”, la musica che si poteva citare in salotto senza abbassare lo sguardo. Poi c’era Pino Daniele. Immenso e spendibile. Ma di notte – ed era sempre di notte, come si addice alle cose di cui ci si vergogna – le antenne della televisione via cavo portavano altro. Napoli Uno, Telecapri, Canale 21: e lì, nel buio della camera, il giovane intellettuale in erba cedeva. Quei neomelodici non erano solo trash: portavano un’emotività nuda, esagerata, che scuoteva la mia corazza in modi che De André, per tutta la sua grandezza, non riusciva a fare.

Accanto a Solomon Burke, con le sue soul implorazioni che mi facevano piangere da solo in camera, e John Coltrane, col sax che elevava il dolore a cosmos, i neomelodici completavano l’educazione in modo che nessun canone avrebbe approvato. D’Alessio mi insegnava la passione sudata, Riccio la rabbia sociale repressa. La mia ironia si sgretolava: da sfottere passavo a canticchiare sottovoce, e il mio cuore – educato a freddezza razionale – ne usciva più napoletano, più vivo. Quegli anni ’90, tra boom neomelodico e crisi economica, mi trasformarono: dal salotto al popolo, un viaggio che ancora oggi mi fa sorridere. E mi fa piangere senza darlo a vedere.

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