Conviene prendere sul serio il titolo, perché un discorso all’Assemblea generale è prima di tutto un’argomentazione. Chi sale su quel podio non viene a raccontare, viene a dare ragioni. E Benjamin Netanyahu, giovedì scorso, di ragioni ne ha date parecchie, con l’ordine di chi fa questo mestiere da quarant’anni e sa che il pubblico vero non è mai quello seduto in sala.
La sala, del resto, si era svuotata prima. Centinaia di delegati si sono alzati e sono usciti appena il premier israeliano ha raggiunto il leggio, e lui ha aperto invitando gli eventuali «codardi morali» rimasti ad accomodarsi fuori. È stato l’unico scambio diretto della serata, e non è andato bene a nessuno. Uscire da un’aula per non ascoltare un capo di governo è un gesto che si fa per le telecamere, e ringraziare chi esce è un gesto che si fa per le stesse telecamere. Le Nazioni Unite dovrebbero essere il luogo dove i nemici si ascoltano, e giovedì sono state il luogo dove ciascuno ha evitato di farlo con la massima visibilità possibile.
Il pubblico vero era altrove. In Israele si vota il mese prossimo, e il discorso all’ONU è da quelle parti un appuntamento televisivo di prima grandezza. Ma sarebbe riduttivo leggerlo solo come un comizio.
La tesi contenuta in quel discorso è che Israele è un Paese minuscolo che dal 7 ottobre 2023 combatte contro una coalizione di nemici dichiarati, da Hamas a Hezbollah, dagli Houthi alle milizie irachene e siriane, fino all’Iran che li finanzia e li arma. Non ha scelto questa guerra, l’ha subita. Il 7 ottobre milleduecento persone sono state uccise in un giorno da uomini partiti da un territorio da cui Israele si era ritirato nel 2005, che filmavano i propri crimini con orgoglio. Nei mesi successivi mille missili balistici iraniani sono caduti sulle città israeliane. Tutti gli ostaggi sono tornati a casa. E il programma nucleare di un regime che invoca da decenni la distruzione di Israele è stato smantellato, insieme agli Stati Uniti, a un costo che il premier rivendica come inevitabile. Se non l’avessimo fatto, ha detto, saremmo tutti morti.
Su questa parte è difficile obiettare molto, e la maggior parte dei governi che giovedì hanno lasciato vuote le loro poltrone in privato non obietta affatto. Netanyahu lo ha detto con una punta di perfidia, sostenendo che molti di quei leader lo hanno ringraziato a porte chiuse. Non ho modo di verificarlo, naturalmente, ma chi conosce la diplomazia del Golfo e quella europea non ne sarebbe sorpreso. Con lo Stretto di Hormuz chiuso e un impianto petrolifero saudita colpito dagli Houthi, la frase sui jihadisti che strangolano le vie d’acqua e gli approvvigionamenti energetici dell’Occidente non era retorica, piuttosto era la cronaca di questi mesi.
Il discorso diventa più fragile quando dalla guerra all’Iran passa a Gaza e alla Cisgiordania, cioè al terreno su cui Israele viene contestato. Qui Netanyahu adotta una strategia chiara, ed è quella di rovesciare l’accusa. Israele non avrebbe commesso un genocidio, lo avrebbe impedito. Ha avvisato i civili con milioni di messaggi e volantini, ha permesso l’ingresso di due milioni di tonnellate di cibo e di un milione di vaccini antipolio, e un esperto di guerra urbana di West Point sostiene che nessun esercito nella storia abbia fatto altrettanto per proteggere i civili. È Hamas, dice il premier, ad aver usato ospedali e scuole come basi e la popolazione come scudo.
Sono argomenti che hanno una loro consistenza, e liquidarli come propaganda è il modo più rapido per non capire perché una parte consistente dell’opinione pubblica israeliana e occidentale li trovi convincenti. Ma sono anche argomenti costruiti con una contabilità selettiva. Nel discorso Gaza viene misurata in tonnellate, in dosi, in messaggi di avvertimento. Non viene mai misurata in morti. I bilanci disponibili vengono dalle autorità sanitarie della Striscia, controllate da Hamas, e Israele li contesta. Ma non dare nessuna cifra, nemmeno una propria, è comunque una scelta retorica. Allo stesso modo, i palestinesi uccisi dai coloni in Cisgiordania sarebbero «forse due o tre» in tutto il periodo di cui si discute, opera di un centinaio di giovani sbandati. I dati dell’OCHA, l’ufficio umanitario delle Nazioni Unite, ne contano ventitré dall’inizio di quest’anno. Qui non siamo nel campo delle interpretazioni, siamo nel campo dell’aritmetica, e un argomento che ha dalla sua il 7 ottobre non dovrebbe aver bisogno di aggiustare i numeri altrove.
Poi c’è il teatro, che in Netanyahu è una specialità della casa fin dalla bomba col pennarello del 2012, richiamata anche stavolta in apertura. Quest’anno è toccato a un terminale Starlink, mostrato alla platea e affidato al Presidente dell’Assemblea perché lo consegni alla delegazione iraniana, in vista di una sua futura diserzione. È una trovata efficace, che dice in un gesto quello che il premier pensa del regime di Teheran e della sua paura del proprio popolo. E la domanda rivolta ai manifestanti e ai delegati usciti dall’aula, dove eravate quando gli ayatollah massacravano i loro oppositori, è una domanda legittima, a cui molti di loro farebbero fatica a rispondere.
Meno felice il lungo capitolo dedicato al sindaco di New York. Zohran Mamdani viene chiamato per nome, accusato di antisemitismo e di cattive frequentazioni, e perfino la moglie viene chiamata in causa per i like messi sui social. Che molti ebrei newyorkesi si sentano meno sicuri è un fatto che merita attenzione. Che un capo di governo dedichi al tema, dal podio dell’ONU, più spazio che alla Siria o al Libano è invece il segno di un discorso scritto anche per le reti americane. Mamdani ha risposto in giornata ricordando il mandato d’arresto della Corte penale internazionale, e così un comizio ha ricevuto in risposta un altro comizio.
Resta la sfida all’Europa, accusata di essersi piegata alle folle antisemite e invitata a scegliere tra la fratellanza delle democrazie e la Fratellanza musulmana. La frase è costruita per restare, e contiene una parte di verità scomoda, perché l’antisemitismo nelle piazze europee di questi anni è stato spesso tollerato con un imbarazzo che somigliava all’indifferenza. Ma la politica estera europea, quando è debole, lo è raramente per ragioni morali. Lo è per ragioni di gas, di petrolio, di elettorati e di commesse, cioè per ragioni che Netanyahu conosce benissimo e che nel discorso preferisce non nominare.
La chiusa è affidata a Mark Twain e a una pagina del 1899 sulla tenacia del popolo ebraico, sopravvissuto a egizi, babilonesi e persiani. E al ritornello che attraversa tutto il discorso, consegnato al giovane Bibi dal fratello Yoni in un aranceto alla vigilia della Guerra dei sei giorni. Vinceremo, non abbiamo altra scelta.
È la ragione più forte del discorso ed è anche il suo limite. Detta nel 1967, davanti a tre eserciti in marcia, è una descrizione esatta. Detta oggi, dopo tre anni di guerra e con l’Iran in ginocchio, pretende di coprire con la stessa necessità tutto quello che Israele ha fatto e farà, dalla difesa contro i missili ai numeri di Gaza e della Cisgiordania. Ma la necessità è un argomento che vale in battaglia. In politica, dove si vota il mese prossimo, le scelte ci sono sempre, e chi le compie dovrebbe spiegarle. Giovedì, a New York, chi è uscito non ha dovuto spiegare le proprie scelte, e chi è rimasto a parlare ha spiegato soltanto di non averne mai avuta una. In un’aula vuota, si sa, hanno tutti ragione.












