In ogni condominio italiano arriva il giorno in cui l’assemblea deve decidere il rifacimento del tetto. Il preventivo è in trenta rate, e a discuterne con più accanimento sono sempre i due condomini più anziani, quelli che la trentesima rata la lasceranno ai nipoti. Nessuno lo fa notare perché sarebbe scortese, e poi i due hanno la maggioranza dei millesimi.
Domani alla Casa Bianca si riunisce l’assemblea di condominio del pianeta. Donald Trump ha ottant’anni, Xi Jinping settantatré. Centocinquantatré in due, quanto basta per tenere in mano buona parte di ciò che il mondo produce, compra e minaccia.
All’ordine del giorno c’è la durata di una tregua. Washington offre sei mesi, Pechino vorrebbe due anni. Si parla di terre rare, di chip, di soia, e nessuno ha l’indelicatezza di osservare che per i due signori al centro del tavolo la differenza fra sei mesi e due anni non è soltanto commerciale.
Il bello è che entrambi hanno passato gli ultimi anni a togliersi la data di scadenza. Xi ha abolito il limite dei mandati, Trump ogni tanto accenna al terzo con il tono di chi chiede se è rimasto un po’ di dolce. Così due uomini senza scadenza devono fissare con precisione notarile la scadenza di un accordo. Il 10 novembre, una settimana dopo le elezioni americane. Con il calendario che, a differenza dei presidenti, mostra di avere un certo senso dell’umorismo.
Della loro salute si dice tanto ma si sa pochissimo. A Pechino tace il partito, a Washington parlano i bollettini ottimisti, e il mondo è ridotto come la portiera che per capire come sta il commendatore guarda come scende le scale.
Venerdì poi andranno insieme all’archivio nazionale, a discutere di Taiwan su un documento del 1982. Allora Xi aveva ventinove anni e faceva il funzionario in una contea di provincia, Trump ne aveva trentasei e tirava su il suo grattacielo. L’Italia vinceva i Mondiali. È la classica scena dei due anziani che, per chiudere una lite di quarant’anni prima, vanno a cercare nel cassetto il giornale di allora, e ciascuno ci legge la ragione che aveva già. Solo che qui la posta è un’isola di ventitré milioni di persone, quasi tutte nate dopo, e nessuna mai consultata.
Fuori, il resto del mondo aspetta senza nemmeno poter guardare, perché la Casa Bianca ha appena cacciato alcune televisioni e le altre hanno spento le telecamere per solidarietà.
Alla fine, come in ogni assemblea, si voterà una proroga, che entrambi chiameranno vittoria. E ci si alzerà soddisfatti, come chi ha rimandato il tetto a quando, per fortuna, non toccherà più a lui pagarlo.












