Io non so chi ci sia a consigliare il ministro Valditara, ma certo che, chiunque sia, qualche problema di contatto con la realtà deve avercelo sul serio. Il tema è quello del caldo a scuola asfissiante e del ritorno in aula, con le temperature che hanno sfiorato (e superato) i quaranta gradi per tutta l’estate, date per stabili fino ad ottobre e il novanta percento delle aule senza impianti di condizionamento che le rendano praticabili.
Il ministro annuncia che avrebbe trovato una soluzione e alla fine annuncia che la soluzione l’ha trovata. Alle scuole arriveranno venti milioni di euro per “apparecchi e dispositivi di raffrescamento”. “L’avevamo promesso, l’abbiamo fatto”, ha detto.
Ora, o non avevamo capito noi, o non ha capito lui.
Un piccolo esercizio di aritmetica elementare
Le scuole italiane, le sedi, i plessi, i luoghi fisici dove ogni mattina qualcuno entra e si siede, sono poco più di 45.000. Facciamo pure 46.000. Venti milioni diviso 46.000 fa poco più di 434 euro a scuola. Non a classe, attenzione. A scuola intera, con tutti i suoi piani, i suoi corridoi, la sua palestra, i suoi quindici, venti o venticinque “ambienti didattici”.
Il conto vero, però, conviene farlo sulle aule, perché è lì, aula per aula che si suda, non nell’edificio in astratto. In Italia ci sono grossomodo trecentocinquantamila classi. Ora, se prendiamo i venti milioni del ministro e li dividiamo per trecentocinquantamila, scopriamo che, con qualche decimale di scarto, per risolvere il problema del caldo il governo ci ha messo cinquantasette euro e qualche centesimo. Ad aula. Venticinque, trenta ragazzi seduti lì dalle otto alle quattordici.
Come diceva il compianto Lubrano, la domanda sorge spontanea. Come fai a combattere il caldo con cinquantasette euro? Semplice. Vai dai cinesoni di turno e compri un bel ventilatore da terra. Ovviamente di fascia medio-bassa, magari in offerta, magari con lo sconto della grande distribuzione organizzata.
Servirebbe perlomeno un deumidificatore, meglio un condizionatore. Ma con cinquantasette euro non ce la si fa. Oltretutto andrebbero installati, alimentati, e (sorpresa) l’impianto elettrico di molte scuole italiane non è nemmeno dimensionato per reggerli. Un ventilatore, invece, si prende, si porta in classe, si accende e comincia soffiare.
È quello che passa il convento. Fa niente se in giro qualche bidello previdente l’aveva già comprato di tasca propria almeno tre estati fa.
La differenza fra raffrescare e climatizzare, spiegata a chi finge di non capirla
Il comunicato del ministero usa un termine che rappresenta adeguatamente la confusione che regna sotto il cielo di viale Trastevere. Non si parla di “impianti di climatizzazione” ma di “apparecchi e dispositivi per il raffrescamento”. Che è la differenza che passa fra costruire un pozzo e comprare una bottiglia d’acqua. La bottiglia si beve subito, fa un gran bene nell’immediato ma dopo un po’ la sete torna.
Altra cosa è la climatizzazione che richiede pompe di calore, isolamento termico, schermature solari, infissi decenti, un impianto elettrico che non vada in sofferenza ogni volta che si accende qualcosa di più energivoro di una lavagna interattiva. Chi ha fatto due conti seri su questo, prima dell’annuncio dei venti milioni, era arrivato a stimare in un miliardo e mezzo di euro, spalmati su tre anni, il costo di un primo passo credibile.
Un miliardo e mezzo contro venti milioni: settantacinque a uno. In pratica è come se chi vi ha promesso di risolvere il problema del tetto che sgocciola si presentasse con un ombrello. Da tenere in classe. A turno.
Il ministero come agenzia di collocamento per elettrodomestici
Dico subito che non è una cattiveria gratuita infierire sui cinquantasette euro, sulla cifra. È che la cifra lascia trasparire abbastanza sulla gerarchia reale delle priorità. Il patrimonio edilizio scolastico italiano è per il 92 e passa per cento privo di qualunque forma di climatizzazione o ventilazione. Il dato è di quelli che ormai si citano a memoria, tanto è stato ripetuto. Ma la risposta trovata non è un piano, e neanche un cronoprogramma. Non è nemmeno l’abbozzo di una strategia. È piuttosto un bonifico diviso per il numero di aule che restituisce l’equivalente di un regalo di Natale fatto con la calcolatrice e senza affetto.
Il bello, se di bello si può parlare, è che il ministero stesso sembra saperlo. Nello stesso comunicato in cui annuncia i 20 milioni, Valditara promette “un piano più ampio” ancora da scrivere, e invita Comuni, Province e Città metropolitane a “fare la loro parte”. Tradotto dal burocratese: lo Stato porta il ventilatore, il resto se lo vede l’ente locale, che di solito non ha i soldi nemmeno per rifare il tetto che perde quando piove, figuriamoci per la pompa di calore, gli impianti adeguati e gli infissi adeguati.
Morale, se proprio la si vuole cercare
Non c’è nulla di scandaloso, in fondo, in un ministro che stanzia poco. Va ricordato che è una specialità nazionale, praticata da ogni colore politico con encomiabile continuità. Infastisce, semmai, il tono con cui il poco viene presentato come sufficiente. “L’avevamo promesso, l’abbiamo fatto”. A testimoniare che il problema principale era mantenere una promessa qualunque, non tanto risolvere una condizione che a settembre manda in aula ragazzi e insegnanti a temperature che nessun contratto di lavoro, in nessun altro settore, tollererebbe senza fiatare.
Restano, in classe, il caldo di prima e un ventilatore nuovo destinato a smuovere l’aria calda. Intanto la scuola italiana, quest’anno, ha risolto il problema del clima nell’unico modo che aveva a disposizione: spostando l’aria, non il problema.












