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Trump e Meloni, fate la pace

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Stimatissimi Presidenti Trump e Meloni,

perdonerete l’ardore e la confidenza con la quale mi rivolgo ad entrambi, ma è da ieri che proprio non ho il cuore per accendere la tv e sentire che avete litigato.

Anche se in fondo potrete dire che ognuno frequenta chi vuole e litiga con chi vuole, ricordatevi con voi non funziona, perché quando voi litigate, il vostro litigio non rimane in cucina ma finisce sui dazi, e i dazi finiscono sul Parmigiano, e il Parmigiano finisce sugli scaffali dei supermercati americani a quarantadue dollari l’etto, e a quel punto la questione diventa personale anche per chi stava cercando solo di fare colazione.

Tra persone di carattere forte le incomprensioni ci sono sempre state, e ci mancherebbe. Siete due che, come si dice da noi, non hanno peli sulla lingua. Due che la lingua la usano con tanta disinvoltura da fare invidia a un presentatore televisivo degli anni Ottanta.

Ma proprio per questo mi aspettavo che la cosa si risolvesse in fretta, con quella praticità che contraddistingue chi è abituato a comandare e sa benissimo che litigare costa fatica e non rende.

Insomma, pensavo a una di quelle schermaglie che lasciano il tempo che trovano e sfumano nell’arco di una notte. E invece stamattina mi sono svegliato, ho acceso il telefono e ho trovato quattro notifiche di agenzie che riportavano di tensioni crescenti, frizioni, gelo diplomatico.

Donald, mi permetto il nome, perché in fondo lo sento nominare così spesso che mi sembra quasi un vicino di casa, lo sai meglio di chiunque altro che Giorgia ti ha voluto bene. Te ne ha voluto in silenzio, con discrezione, con quella dignità un po’ rigida che hanno le persone del Sud quando si affezionano a qualcuno e non vogliono darlo a vedere troppo, perché hanno paura di sembrare deboli. Ti ha difeso perfino le politiche in Europa quando l’Europa storceva il naso. Pensa che è andata personalmente a spiegare ai colleghi del Consiglio europeo che i dazi americani erano una questione complessa e non si potevano liquidare con una scrollata di spalle. Ha fatto con te tutto quello che si fa quando si tiene a qualcuno, prendendo le tue parti anche quando avevi torto.

E tu, Donald, per tutta risposta le hai messo i dazi sull’olio d’oliva.

Ora, io non sono un esperto di relazioni internazionali. Sono uno che legge i giornali, guarda il telegiornale con il volume basso per non svegliare i vicini e ogni tanto scrive quello che pensa, sperando che qualcuno lo legga prima che la situazione peggiori ulteriormente. Ma anche con la mia limitata competenza in materia, riconosco che mettere i dazi sull’olio d’oliva a una premier italiana è un gesto che, tradotto in linguaggio umano, significa più o meno “mi sei simpatica, però ti faccio del male lo stesso”. Praticamente la classica “relazione complicata”.

Giorgia, mi rivolgo a te con pari rispetto e pari confidenza, capisco la delusione. Ci mancherebbe. Quando uno ci tiene e l’altro risponde con i dazi, la delusione è doverosa. Ma ti chiedo, con tutta la solidarietà che si deve a chi ha scelto una strada difficile di non esagerare con il gelo. Troppo gelo diventa corrente d’aria e ci si ammala tutti.

Donald e Giorgia, fate la pace. Mettetevi seduti, uno a Washington, l’altra a Roma, con il fuso orario che complica tutto ma non è un ostacolo insormontabile, e chiaritevi.

Ditevi quello che avete da dire, usate i toni forti, se vi aiuta. Noi italiani sappiamo che le discussioni vere si fanno alzando la voce, ma poi ci si abbraccia, si va a mangiare insieme, e il giorno dopo non ricorda più nessuno com’era cominciata.

E alla fine, quando avrete chiarito, abbassate i dazi sul Parmigiano. E sull’olio di oliva.

Servilmente vostro, con affetto e la speranza di poter accendere la tv domani senza brutte sorprese.

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