Il 28 aprile 2021 tre uomini a volto coperto entrano nella gioielleria di Mario Roggero, a Gallo di Grinzane Cavour, minacciano lui, la moglie e la figlia con un coltello e una pistola che si scoprirà poi essere giocattolo, svuotano la cassaforte e si dirigono verso l’auto parcheggiata a pochi metri. È in quel momento, non prima, non durante, che Roggero prende il proprio revolver, esce, li insegue e spara. Due muoiono. Uno dei due, già a terra, viene raggiunto e colpito con calci alla testa e alla schiena prima che l’orefice gli punti di nuovo l’arma contro, a tamburo ormai scarico.
La Cassazione spiega senza giri di parole, nel luglio 2026, confermando in via definitiva 14 anni e 9 mesi che quando Roggero ha sparato, l’azione aggressiva dei rapinatori era già completamente conclusa. Il che non è un dettaglio procedurale ma l’unico punto che conta per la legge, ed è il punto che pare completamente assente per l’opinione pubblica che lo ha rimosso per sostituirlo con la domanda: da che parte stai, con Roggero o contro Roggero?
Il tifo travestito da Stato
La cosiddetta opinione pubblica si divide (ovviamente).
C’è un primo repertorio, quello securitario-vendicativo, che legge il caso come la prova provata dell’abbandono dei cittadini da parte dello Stato. Un commerciante che ha subito nove rapine in sei anni e quattro assalti alla propria abitazione, lasciato solo a difendersi, che finalmente reagisce facendo quello che lo Stato avrebbe dovuto fare e viene punito per questo. Lo schema narrativo è quello del vigilante, importato pari pari dal cinema americano degli anni Settanta, con l’uomo comune che si sostituisce a uno Stato inefficiente perché quello Stato ha smesso di garantire l’ordine.
Il problema di questa versione non è che parta da un dato falso, visto che le nove rapine sono vere e il senso di abbandono è comprensibile, ma che si regge su un cortocircuito logico che nessuno dei suoi sostenitori sembra voler vedere. Si invoca l’assenza dello Stato come giustificazione dell’autotutela, e poi, quando lo Stato torna a esistere sotto forma di un tribunale che applica il codice penale, diventa il vero problema. Sentenza ingiusta, è il verdetto popolare, e si chiede la grazia.
Ma non è una contraddizione tra “voglio lo Stato” e “non voglio lo Stato”. È qualcosa di più coerente e, proprio per questo perfino più preoccupante, è la pretesa che lo Stato sia uno strumento della propria parte, non un arbitro terzo. Lo “Stato assente” di cui ci si lamenta non è lo Stato in astratto, è lo Stato che non protegge preventivamente, nel momento in cui servirebbe. Lo Stato che giudica dopo, invece, ha funzionato. Solo che, in questo caso, stava dalla parte sbagliata. Insomma, non si vuole meno Stato. Se ne vuole uno tifoso.
La legge è legge, tranne quando conviene
C’è poi il secondo repertorio, speculare al primo per meccanismo anche se opposto per contenuto. È quello di chi minimizza l’accaduto riducendolo al carattere di Roggero. Viene fuori che nel 2005 aveva patteggiato due mesi per aver minacciato con una pistola l’allora fidanzato della figlia, presentandosi a casa sua in piena notte. Un tratto personale, si dice, quasi una patologia individuale che spiega l’eccesso.
L’operazione, però, a ben guardare, è la stessa che compie l’altro campo. Solo rovesciata. Sposta il piano dal politico all’individuale-patologico e se il caso Roggero diventa una questione caratteriale, non si è più costretti a fare i conti con la domanda veramente scomoda. Che è quella che si chiede perché un commerciante bersagliato ripetutamente si sia ritrovato solo e cosa non abbia funzionato nella prevenzione.
Va detto che gli stessi che sostengono questa posizione, spostandosi su un altro terreno però, ribaltano completamente il criterio. Chi minimizza l’eccesso di Roggero riducendolo a un problema personale è spesso lo stesso che, ad esempio di fronte a un’occupazione abitativa, sposta il ragionamento dal caso singolo alla cornice sociale, al disagio abitativo, all’assenza di politiche pubbliche. La “legge è legge”, che vale in modo assoluto per Roggero, smette improvvisamente di essere un principio quando si applica a un altro soggetto sociale.
Nessuno dei due campi sta mentendo consapevolmente, non è ipocrisia nel senso morale del termine. È che l’opinione pubblica italiana, su questi temi, non ha mai davvero elaborato un principio di legalità procedurale che valga a prescindere da chi lo invoca. Ha, semmai, due repertori simbolici concorrenti, quello dell’ordine minacciato e dell’ingiustizia sociale, e li applica selettivamente a seconda di chi occupa il ruolo di vittima nel racconto che preferisce e soprattutto a seconda della tifoseria (anche politica) a cui appartiene.
I reati sono due, e non si compensano
Una lettura onesta di quello che succede, suggerisce che valga la pena fermarsi su un punto scontato nella logica del diritto e che il dibattito pubblico, invece, continua a trattare come opinabile. I reati, in questa vicenda, sono due, non uno.
C’è anzitutto quello dei rapinatori, che hanno scelto liberamente di aggredire un uomo, sua moglie e sua figlia con un’arma, vera o presunta che fosse. È l’innesco moralmente ignobile di tutta la vicenda, e va detto che nessuno, tantomeno i giudici, lo mette in discussione.
Poi c’è quello di Roggero, che non consiste nell’aver reagito, ma nell’aver reagito oltre il limite in cui la reazione cessa di essere difesa e diventa altro, perfino un reato. Il fatto che la pena non sia stata l’ergastolo, come chiesto in primo grado, ma 14 anni e 9 mesi è la prova che ha funzionato. Le attenuanti che la legge mette in conto prima di scegliere la pena, in questo caso la provocazione subita, lo stato emotivo, la genesi della situazione, sono state evidentemente riconosciute e pesate. Ma non hanno cancellato il fatto che due persone sono morte quando non rappresentavano più una minaccia attuale.
È qui che casca l’argomento più insidioso del “se non avessero rapinato non sarebbe successo niente”. Vero, ma irrilevante. La colpa di chi ha creato la situazione non trasferisce automaticamente legittimità a qualunque risposta di chi l’ha subita. Non può farlo neanche in linea di principio, perché significherebbe dire che in presenza di un reato la situazione conseguente si sviluppa fuori da qualsiasi vincolo dello stato di diritto. Nel quale il principio, banale sulla carta, eppure costantemente riesumato come se fosse una scoperta, è che la responsabilità penale è individuale e non compensativa. Insomma non si sommano né si scontano le colpe altrui, ognuno risponde della propria condotta, punto. E la terzietà della legge non è un tecnicismo freddo che ignora chi ha iniziato ma lo strumento che contemporaneamente valuta l’effettiva gravità del comportamento incriminato ma contestualmente impedisce che la gravità della colpa iniziale diventi moneta di scambio per assolvere qualunque eccesso successivo.
Se lo Stato ragionasse per compensazione, tu hai fatto un torto più grande, quindi il mio si annulla, smetterebbe di essere terzo e diventerebbe un contabile della vendetta.
Che è, esattamente, il ruolo che l’opinione pubblica gli chiede di svolgere quando tifa il giustiziere.
Il vero rimosso
Il fatto è che il punto politicamente più rilevante è anche il più ignorato sistematicamente. La legge penale serve a punire i reati, ed esiste perché si da per scontato che i reati ci siano, fatta apposta per intervenire dopo, non per prevenire prima. Ma il fatto che un singolo esercizio commerciale abbia subito nove rapine in sei anni, e la relativa abitazione quattro assalti, non è un dettaglio biografico che rende Roggero più simpatico o più comprensibile.
È un dato politico reale ma autonomo, e dovrebbe essere trattato come tale. La vittimizzazione ripetuta di un singolo soggetto è, in qualunque analisi seria di sicurezza territoriale, un campanello d’allarme specifico che segnala quasi sempre un fallimento di sistema, tra la mancata valutazione del rischio, l’assenza di misure di protezione mirate, magari anche un problema di come circola, negli ambienti criminali, l’informazione su chi è già diventato un bersaglio noto.
Di questo, nel dibattito pubblico, non si parla molto. E il motivo credo sia che non è raccontabile bene da nessuno dei due schieramenti che si contendono il caso.
Chi tifa Roggero non ha interesse a insistere sul fallimento delle politiche di sicurezza territoriale, perché lo porterebbe su un terreno tecnico, quello del presidio, della prevenzione, dell’allocazione delle risorse. Un terreno tecnico, molto meno efficace, comunicativamente, dell’individuo-eroe abbandonato dallo Stato. Chi lo condanna, dal canto suo, non ha interesse a valorizzare quel dato perché rischierebbe di umanizzare troppo Roggero prima che diventi imputato, complicando la narrazione lineare per cui ha ecceduto ed è giusto che paghi.
Il risultato è un corto circuito anzitutto temporale, con il quale si chiede alla sentenza penale, che riguarda esclusivamente l’eccesso di Roggero, di rispondere a una domanda di sicurezza preventiva che non le compete e che nessuno pone nella sede che dovrebbe. Si scarica mediaticamente sul processo un problema che appartiene ad altra natura e ad altra istituzione. Solo che così si perde due volte. Perché si giudica male il processo, pretendendo che sia anche giustizia sociale, mentre il problema vero finisce sepolto dalle polemiche e dimenticato, alimentando il dubbio che alla fine Roggero “ha fatto proprio bene”.












