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Sono solo canzonette

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C’è un ricordo per capire meglio. È il Palalido, 2 aprile 1976, Francesco De Gregori sul palco e un gruppo di autonomi della sinistra extraparlamentare che lo processa pubblicamente. Lo accusano di non essere abbastanza impegnato. Tornerà con Generale, che parla di guerra senza dire una sola parola di guerra e diventa la canzone pacifista italiana per eccellenza.

Negli stessi anni, Edoardo Bennato pubblica Sono solo canzonette. Il titolo è una provocazione e un’autodifesa. La canzone non è un manifesto, non è un comizio, non è un volantino messo in musica. È solo una canzonetta, ma proprio per questo è libera e proprio per questo dura.

Cinquant’anni dopo, stesso copione, palco diverso. Al Teatro Out Off di Milano, duecento posti, la presentazione di Nevergreen. La stessa domanda, riproposta con altri accenti: perché non ti schieri? Perché non dici cosa pensi su Gaza, su Trump, su Israele?

De Gregori risponde che prova imbarazzo quando un uomo di spettacolo si schiera in maniera «netta e apodittica» su questioni internazionali, che il «proclama buttato giù da un palco» lo lascia abbastanza indifferente, e che non si sente superiore a nessuno per dire quale posizione prendere su Gaza o sull’Iran. E cita Walt Whitman: contengo moltitudini.

La reazione è naturalmente quella che ci si poteva aspettare. A destra lo hanno arruolato come simbolo anti-pistolotto, la prova vivente che persino le icone della canzone di sinistra si sono stancate del conformismo pro-Gaza dello star system. A sinistra è partita la critica di chi considera il silenzio politico una forma di complicità, con gli inevitabili paragoni, soprattutto con De André. Il tutto condito dall’accusa speculare di ogni tribù, con i primi che lo usano strumentalmente, i secondi che lo accusano di tradimento.

Hanno torto tutti e due. Per lo stesso motivo: non hanno capito cosa ha detto.

De Gregori non ha detto che la politica non lo riguarda. Ha detto che vive con dolore quello che sta succedendo nel mondo, e che canzoni come Generale nascevano allora e valgono purtroppo ancora. Ha detto, semmai, che il proclama dal palco è una forma di comunicazione che non rispetta l’intelligenza del pubblico. «Gli artisti che vogliono sensibilizzare il pubblico, ma perché? Non è abbastanza sensibile per conto suo? C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump?» È una domanda che meriterebbe di essere presa sul serio invece che catalogata come disimpegno.

C’è una differenza, che nel dibattito italiano di questi anni si è completamente persa, tra l’arte come strumento politico e l’arte come atto politico. Generale è un atto politico, è la forma che fa il lavoro, l’ambiguità che resta aperta, l’emozione che precede e sopravvive alla tesi. Così come Sono solo canzonette era un atto politico nel momento in cui la sinistra pretendeva che ogni artista portasse il suo mattone alla costruzione del contropotere culturale.

Il proclama dal palco, Gaza libera, giù le mani da Trump, Israele genocida, è un volantino messo in musica. Non è che sia sbagliato moralmente. È che è un altro mestiere, e non è detto che sia il più efficace.

De Gregori lo sa perché lo ha vissuto.

«Non do lezioni, visto che anche io ho le idee confuse». E aggiunge: «soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema. Piuttosto mi leggo un filosofo». Una battuta, ma è anche un argomento. Se voglio capire Gaza, leggo Rashid Khalidi o Avi Shlaim, non aspetto che Springsteen mi dica cosa pensare. Se voglio capire cosa provo su Gaza, ascolto una canzone che sa stare nell’ambiguità del reale senza ridurla a tifo.

Quello che disturba, in tutta questa storia, non è che De Gregori abbia detto una cosa sbagliata. È che abbia detto una cosa vera in un momento in cui la tribù aveva deciso per lui il suo ruolo. E che la reazione di entrambi i fronti, arruolamento da destra, accusa di tradimento da sinistra, sia la conferma più precisa di ciò che lui stava criticando. L’idea, cioè, che un artista valga in proporzione alla chiarezza con cui si schiera, non alla profondità con cui vede il suo tempo e lo descrive nelle sue canzonette.