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Quello che non sa che alla fine è di destra

vino

Lo conosco da vent’anni. È un bravo ragazzo — nel senso che lo dice lui, ma in questo caso è vero. Generoso, affidabile, padre presente. Vota Pd da quando c’è la Schlein, prima votava perfino più a sinistra, e se glielo fai notare è contento. Lui è “di sinistra”. Perché vota il meno peggio. Lui vota contro i ladri. Lui vota per il buonsenso.

Il buonsenso, appunto.

Il buonsenso dice che i figli vanno mandati nella scuola giusta — non quella sotto casa, quella con il buon livello, quella dove i genitori sono persone come noi. Il buonsenso dice che il quartiere in cui vai ad abitare conta — non per snobismo, per i bambini, per la qualità della vita, per ragioni pratiche che non hanno niente a che fare con il reddito di chi ci abita già. Il buonsenso dice che il merito va premiato — e se certi ragazzi non ce la fanno, qualche motivo ci sarà, mica si può dare la colpa sempre al sistema.

Ogni frase comincia con una concessione e finisce con il punto che voleva fare dall’inizio.

È un’arte. La pratica senza saperlo, con la naturalezza di chi ha imparato una lingua madre. Dice che ha letto Gramsci all’università — ma non sa che questo non cambia niente. L’armatura intellettuale serve a razionalizzare le scelte, non a metterle in discussione. Le sue posizioni non sono il risultato di un ragionamento: sono sedimento. Anni di indignazione selettiva, di cortei con la sciarpa rossa, di un ambiente sociale che ha sempre dato per scontate certe cose — purché fossero le cose degli altri. La casa al mare l’ha comprata in un posto ancora abbordabile, prima che arrivassero tutti. Il mutuo l’ha fatto quando i tassi erano bassi. I figli li ha iscritti al liceo classico perché è quello che si fa, se ci tieni ai “bambini”.

Provo un po’ di vergogna quando lo ascolto, ma non è per lui. È per la scena. Per il fatto che siamo lì, a tavola, e tutti annuiscono. O tacciono, che è peggio. Perché tacere davanti al buonsenso progressista è la forma più subdola di complicità — non ideologica, solo sociale. Non si litiga a cena. Non si rovina l’atmosfera. Si aspetta che cambi argomento.

E lui cambia argomento. Parla dei figli, della squadra, delle vacanze — quest’anno Marocco, l’anno scorso Vietnam, sempre posti belli prima che li scoprano tutti. È simpatico. Fa ridere. È impossibile non volergli bene.

Questo è il punto che mi manda in crisi. Non i fascisti con la camicia nera — quelli sono facili, hanno la divisa. Lui no. Lui ha la felpa di cotone biologico e ordina il vino naturale e ti chiede come stai e lo vuole sapere davvero. Solo che lui e quello che dice sono la destra. Sociale e chill — quella che si sente progressista perché ha votato contro Meloni, e quindi il conto con la storia lo considera saldato.

Perché di questo si tratta: della destra reale. Non quella delle adunate e degli stivali, ma quella delle scelte quotidiane — dove abiti, dove mandi i figli a scuola, con chi ti siedi a tavola, da chi compri casa, a chi affitti l’appartamento e a chi no. Una destra che non ha bisogno di un partito perché è già scritta nella mappa della città, nei registri delle scuole, nei prezzi degli affitti. Una destra che vota a sinistra e dorme benissimo.

La vergogna, alla fine, non è per lui. È per me che non dico niente.

È per tutti noi che aspettiamo che cambi argomento.

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