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Quando conobbi Gianni Cervetti, l’uomo che aveva chiuso con Mosca per conto di Berlinguer

cervetti berlinguer

Ho scoperto dai giornali che è morto Gianni Cervetti. Aveva 92 anni e, onestamente, non avevo idea che fosse ancora vivo.

L’ho incontrato in una fase storica di cui oggi si trovano cenni sui manuali. Era il 1994. Frequentavo l’università con la foga dei vent’anni e la convinzione, tipica di quell’età, di dover partecipare alla vita politica come dovere civico.

Cinque anni prima era caduto il Muro. Achille Occhetto aveva cambiato il nome al Pci in Pds, cercando di riposizionare il patrimonio degli ex comunisti nell’area socialista. Intanto il Psi era stato travolto da Tangentopoli, scoppiata nel 1992, e con lui l’intero sistema imperniato sull’asse Dc-Psi. Il campo era rimasto improvvisamente vuoto. Sarebbe stato occupato, negli anni successivi, da quella che i giornali presero a chiamare “seconda Repubblica”.

Il ciclone aveva però trascinato via anche un pezzo degli ex Pci. A Milano, a Napoli, nei posti dove il legame con i socialisti era consolidato dalla componente migliorista, i riformisti che già da anni predicavano l’uscita dall’orbita di Mosca e il riavvicinamento al Psi. Qualcosa si era spezzato.

A Milano Gianni Cervetti era finito sotto la scure del pool Mani Pulite. Era un migliorista della prima ora, amico fraterno di Giorgio Napolitano e di Emanuele Macaluso. Con Bettino Craxi aveva avuto buoni rapporti fin dai tempi delle federazioni giovanili: nel pieno della guerra civile a sinistra, era riuscito a organizzare un incontro relativamente sereno tra il segretario socialista e Berlinguer, prima in tribuna a San Siro, poi in una bocciofila dell’Arci. Tra l’avviso di garanzia e l’assoluzione piena trascorsero quasi cinque anni. I vecchi compagni alle Botteghe Oscure cambiavano marciapiede quando lo incontravano per strada.

Ma il ricordo più amaro era un altro, racconterà. Passando davanti a una fabbrica occupata dagli operai in lotta, si era fermato per informarsi sulla vertenza e aveva lasciato un biglietto da cinquantamila lire. Di lì a poco glielo restituirono con poche righe: soldi rubati non ne volevano. Gli fece male, ma capì. Era il clima dell’epoca.

Anche a Napoli i vertici del Pci-Pds erano finiti sotto inchiesta. Occhetto aveva mandato a commissariare la federazione Antonio Bassolino, suo nuovo alleato, che dalla Campania era stato allontanato anni prima per “scarsa compatibilità ambientale” con l’area riformista. Quella che qui aveva come riferimenti figure come Napolitano e Gerardo Chiaromonte. Dopo sei mesi, Bassolino divenne sindaco. L’area riformista storica si era squagliata. A tenerne il vessillo erano rimasti pochi e ininfluenti.

Quegli anni li avevo osservati dallo stanzone del consigliere regionale dei Verdi Arcobaleno, Antonio D’Acunto. Una figura eccentrica nella sinistra napoletana, uno che poneva problemi di legalità e coerenza ideale mentre il vecchio apparato cercava di restare in sella. D’Acunto non aveva accettato la candidatura di Bassolino, si era candidato da solo e aveva perso. Lo sapeva, ma non si era posto il problema del posto che occupava.

Cervetti era finito nel dimenticatoio, ma continuava a essere l’uomo che Berlinguer aveva incaricato di recidere il cordone ombelicale con i rubli di Mosca. I riformisti napoletani, che ormai non contavano quasi niente, organizzarono una cena riservata. Una decina di persone in un ristorante del centro storico, il nome vagamente borbonico. Avevo appena compiuto 23 anni. C’erano consiglieri comunali, un paio di segretari di sezione. Napoli stava cambiando pelle: Napolitano si era eclissato verso lidi istituzionali più alti (mi pare fosse appena approdato all’Europarlamento) e i suoi fidi erano spariti dalla scena locale. C’era Bassolino, quello che allora chiamavano il Rinascimento napoletano e che vent’anni dopo si sarebbe rivelato un flop di proporzioni epiche. Ma nel 1994 era ancora l’alba, e l’alba di solito è bella.

La vicenda giudiziaria di Cervetti rimase ai margini della conversazione. Non fu lui a metterla da parte. Semplicemente aveva altro da dire. E quello che aveva da dire era più importante. Parlò del partito. Della linea migliorista definitivamente sepolta. E soprattutto parlò di quello che stava succedendo al sistema politico italiano nel suo complesso, con una lucidità che a me, ventitreenne, parve quasi sconcertante.

Il ragionamento era questo. I socialisti erano crollati: Craxi era finito, e con lui l’unica forza che avrebbe potuto dare al progetto riformista, socialista e occidentale, una base sociale autonoma. Il problema, spiegò Cervetti, era che il ventennio di odio reciproco tra Pci e Psi aveva lasciato un’ipoteca impossibile da smaltire in tempi brevi. I socialisti sopravvissuti al naufragio di Mani Pulite portavano con sé una visione del mondo oggettivamente più moderna, più libertaria, meno gravata dall’eredità ideologica. Ma quella visione li spingeva naturalmente verso la creatura berlusconiana, che offriva loro una casa senza i sensi di colpa della tradizione comunista. Il Pds, nel frattempo, avrebbe fatto la fine opposta: senza i socialisti con cui costruire un polo autenticamente riformista, sarebbe stato colonizzato dai democristiani. Non per un complotto, ma per forza di gravità: erano loro ad avere i numeri, le reti territoriali, la cultura di governo. E così il partito nato per superare il comunismo italiano si sarebbe ritrovato a contenere una diaspora democristiana che di socialista e di liberale aveva ben poco.

Sembrava quasi una profezia.

Quello che mi colpì non fu solo la previsione, ma il modo in cui fu formulata. Senza rimpianti per la corrente perdente, senza acrimonia verso chi aveva vinto, senza la recriminazione del reduce. C’era la fredda soddisfazione intellettuale di chi ha capito come funziona il meccanismo e non si consola con le favole. Una gravitas che in Italia è diventata merce rarissima e, peraltro, poco apprezzata.

Il conto fu una piccola mazzata: settanta, ottantamila lire a testa, alla romana. Lo ricordo perché a 23 anni erano soldi veri. Poi qualcuno accompagnò Cervetti in macchina fino a Roma.

Nessuno di quelli seduti a quel tavolo continuò a fare politica. I pezzi da novanta della lista, quelli con le preferenze personali più alte, sparirono dalla scena uno ad uno. La profezia si avverò.

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