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Caldo a scuola e calendari lunghissimi: due problemi che si scambiano di posto

caldo a scuola

Il Corriere del Mezzogiorno di oggi mi ha chiesto un commento sulla petizione della professoressa Maria Cuono, che da Agropoli propone di spostare l’inizio delle lezioni al primo ottobre per sottrarre gli studenti al caldo a scuola di metà settembre. Nell’articolo di Fabrizio Geremicca la mia posizione è riportata in poche righe, e siccome le poche righe, si sa, tendono a schiacciare i ragionamenti in slogan, provo qui a distenderla.

Il primo equivoco: spostare la data non cambia il totale

L’Italia non ha un problema di quando comincia la scuola, ma di quanto dura. Secondo i dati Eurydice sull’organizzazione del tempo scuola in Europa, il nostro paese si trova, insieme alla Danimarca, al vertice della classifica con circa 200 giorni di lezione l’anno. Circa metà dei sistemi scolastici europei si ferma tra 170 e 180 giorni, un’altra buona fetta tra 181 e 190; la Francia e la Germania, tanto per restare ai paesi che si citano sempre nei confronti, stanno strutturalmente sotto la soglia italiana.

La contropartita è ovvia. Se hai più giorni di lezione ma non tocchi il calendario delle feste distribuite nell’anno (ponti, vacanze di Natale, di Carnevale, di Pasqua), quei giorni in più si scaricano tutti sulle due estremità dell’anno scolastico, la coda di giugno e l’avvio di settembre, cioè esattamente nei mesi in cui, complici i famigerati anticicloni africani, fa più caldo. Non è un caso che l’Italia detenga insieme il primato dei giorni di scuola e quello delle vacanze estive più lunghe: nelle scuole primarie di Roma, per dire, le lezioni finiscono l’8 giugno e riprendono il 15 settembre, quasi cento giorni di pausa contro i 59 della Francia o i 46 della Germania. Il modello nordeuropeo distribuisce il riposo lungo l’anno; il nostro lo ammucchia tutto in un blocco estivo che coincide precisamente con l’ondata di calore.

Ecco perché posticipare l’apertura all’1 ottobre, presa da sola, è un rimedio cosmetico. Se restano 200 giorni da garantire, o si allunga la chiusura di giugno, infilandosi in un altro mese caldo, o si va a intaccare le pause intermedie, cosa che nessuno propone mai sul serio. Il problema non è la campanella di settembre, è l’architettura complessiva del calendario, sulla quale l’Italia continua a ragionare per aggiustamenti locali (una petizione, un’ordinanza regionale) invece che per riforma strutturale.

Il secondo equivoco: il condizionatore come soluzione a portata di mano

Se si accantona l’idea di spostare le date, resta l’altra strada, quella indicata anche dalla dirigente Giovanna Martano nell’articolo: climatizzare gli edifici. Qui però i numeri raccontano una realtà più ostica di quanto suggerisca il comune buonsenso. Secondo l’ultima rilevazione sull’anagrafe dell’edilizia scolastica, elaborata da Tuttoscuola sui dati del portale del Ministero, nel 2023-24 risultavano dotati di impianti di condizionamento appena 2.730 edifici su circa 40mila, il 6,8%: un edificio su quindici. Tradotto in aule, si stima che soltanto una su quattordici ne sia provvista. Nel 2020-21 la percentuale era addirittura sotto il 4%. Presumibilmente qualcosa si sta muovendo, ma con una lentezza che il clima non concede più.

Il motivo di questa lentezza, probabilmente, non è semplice pigrizia amministrativa, o non solo. Una parte consistente del patrimonio scolastico italiano occupa edifici storici, vincolati ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio, dove l’installazione di un’unità esterna richiede autorizzazioni, valutazioni di impatto visivo e spesso soluzioni tecniche più costose del semplice “attacca la macchina al muro”. Anche dove il vincolo non c’è, si incontrano impianti elettrici datati, incompatibili con i carichi di un condizionamento diffuso, che vanno rifatti prima ancora di pensare al climatizzatore vero e proprio. Il risultato è che un intervento che in un condominio qualunque richiederebbe un pomeriggio, in una scuola può comportare un cantiere.

Per non parlare dei costi. La scala del problema è quella di un piano industriale, non di un capitolo di spesa corrente. Le stime più recenti per dotare di climatizzazione l’intero parco aule italiano parlano di circa 3,7 miliardi di euro, cifra che non comprende solo l’acquisto degli apparecchi ma l’adeguamento impiantistico necessario a farli funzionare. Sono risorse che, in un sistema in cui la proprietà e la manutenzione degli edifici spettano a Comuni e Province già in affanno su fronti più urgenti, a partire dall’amianto per finire alla messa in sicurezza sismica, finiscono sistematicamente in fondo alla lista.

Quello che resta

Restano, insieme, un calendario tra i più densi d’Europa e un patrimonio edilizio tra i meno attrezzati a sostenerlo nei mesi caldi. Sono due questioni che si alimentano a vicenda ma che richiedono risposte diverse. Sul primo fronte serve il coraggio di discutere la distribuzione dei 200 giorni, non la sola data d’inizio; sul secondo, un piano pluriennale di investimento, non l’ennesima ordinanza emergenziale quando le temperature superano i 35 gradi durante gli esami di maturità. La petizione di Agropoli ha il merito di riportare il tema all’attenzione. Ma se ci si ferma a spostare la campanella di due settimane, tra neanche un anno saremo punto e a capo, con gli stessi anticicloni e le stesse aule senza aria condizionata.

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