Lo so, in genere non sono io a parlare. Anzi, in genere io non parlo. Mai. Più che altro sono gli altri che parlano di me. Tra Presidenti, ministri, costituzionalisti alla tv, professori di diritto pubblico… succede ogni due giugno. Vengono fuori a frotte come gli orsi al risveglio dal letargo e parlano di me approfittando dell’unica data in cui sanno che qualcuno fingerà di stare a sentirli.
Ma ottant’anni sono ottant’anni, e a una certa età, si sa, la pazienza si assottiglia.
È da un po’ che lo dicono. Mi sono fatta vecchia. Lo dicono con una faccia compiaciuta che stonerebbe ad un funerale. Poi applaudono quando passano le Frecce Tricolori e tutto si ferma lì. Lo spettacolo, la cerimonia, il discorsetto con le parole giuste al posto giusto. Ne ho visti così tanti di compleanni da accorgermi che oramai lo hanno trasformato in una liturgia precisa. E le liturgie non aiutano a pensare.
Mi ricordo molto bene quando tutto è cominciato. Quando ero più giovane. Una vita fa. Come si discusse attorno a me ancora in culla. Con quanta veemenza, con quante speranze. E con quanta retorica, sicuro. Ma la retorica non disturba quando è un segnale genuino di speranza.
Poi siamo partiti e tutte quelle speranze hanno lasciato posto alle cose che sono venute davvero.
Devo dire che una cosa che mi ha sempre disturbato è stato quel modo scorretto perfino sul piano logico di attribuirmi delle caratteristiche solo per come mi chiamo. L’idea che siccome i tempi bui erano stati quelli prima di me, con me sarebbero arrivate automaticamente libertà, democrazia, progresso. Così, senza nessuno sforzo. Certe volte mi sembra che non capiscano che per queste cose ci vuole impegno, sennò ti ritrovi la P2, Tangentopoli, gli opposti estremismi, il debito pubblico che cresce, il trasformismo e un populismo trasversale che cambia casacca senza cambiare natura.
Me ne hanno cuciti tanti di paradossi addosso.
Sono nata fondata sul lavoro e ho guardato il lavoro diventare prima precario, poi occasionale, poi una gentile concessione. I capaci e i meritevoli hanno diritto di raggiungere i gradi più alti? Solo dopo ho visto chi erano concretamente sia i capaci che i meritevoli. Pensate che ho garantito la biodiversità e gli ecosistemi, almeno così dicono quelli che hanno aggiunto quella roba nella mia Costituzione, mentre allegramente si cementificava.
La Costituzione poi. È la mia carta di identità, senza non esisterei. Ma come si fa a sopportare quando la senti recitata come un rosario da chi non ne ha mai applicato un articolo fino in fondo? L’antifascismo è la mia ragione di vita, ma come si fa a sopportare l’antifascismo diventato una specie di lasciapassare universale, una formuletta buona per aprire ogni discorso, chiudere ogni critica, vincere ogni concorso?
Alla mia veneranda età mi sono accorta di non sopportare più quelli che parlano di me come se non esistessi veramente.
Non sopporto chi scrive libri per denunciare ottant’anni di misteri italiani insoluti e torbidi e poi firma articoli che inneggiano alla necessità di salvaguardare le conquiste civili di quegli stessi ottant’anni, come se i misteri e le conquiste non abitassero lo stesso palazzo.
Non sopporto il Parlamento che si taglia da solo i rami su cui era seduto, sperticandosi a spiegare che il problema della democrazia è il numero dei suoi rappresentanti, e che contestualmente preferisce parlare nei talk show, perché la parola in televisione non costa niente e non decide niente, il che la rende perfetta.
Non sopporto le leggi elettorali cambiate sempre alla vigilia del voto, sempre nell’interesse di chi le cambia, sempre con la scusa dell’interesse generale.
Non sopporto chi non sa che alle politiche si vota per il parlamento e non per il governo, ma vota lo stesso e quando non gli piace cosa succede se la prende con me.
Non sopporto chi imposta il proprio programma sulla convinzione che basti tagliare le auto blu per risanare le casse dello Stato e sopporto ancora di meno quelli che lo prendono sul serio.
Non sopporto il rischio, che si ripresenta puntuale, che al Quirinale ci finisca qualche personaggio discutibile interessato soltanto ai propri affari, e non sopporto neanche che il Quirinale non possa contenere governanti inadeguati o malvagi.
Non sopporto di dover ancora camminare sul filo facendo attenzione ad ogni passo. Vi pare corretto a questa età?
Non sopporto chi mi celebra con una mano e mi svuota con l’altra. Chi mi difende a parole e mi tradisce nei fatti. Chi fino a qualche anno fa mi considerava una ricorrenza un po’ fascista, da golpe militare, e oggi lacrima per l’emozione dell’ottantesimo anniversario.
Non sopporto chi usa il mio nome per coprire cose sulle quali non avrei mai messo la firma.
Ma quella storia che sono vecchia no. Questo no.
Ottant’anni per una repubblica sono niente, un rodaggio, al massimo. E io non sono stanca. Al limite sono scocciata.
E ora andiamo avanti. Questi sono stati solo i miei primi ottant’anni.
la Vostra Rep.












