Sto cominciando ad abituarmi a quella curiosa forma grammaticale che imperversa nella comunicazione pubblica e che gli italiani hanno perfezionato nei secoli. La “conferma negata”.
In pratica non è una menzogna, ma non è neanche una verità chiaramente detta. È una cosa più sofisticata, una costruzione retorica che permette di dire e di continuare a sostenere di non aver mai detto, di essere capiti e di offendersi se si è citati.
«È una cosa che non posso negare, però sono molto riservata nella mia vita privata.» Stavolta a rispondere alle domande di un giornalista (peraltro teoricamente compiacente) è stata Claudia Conte, trentaquattro anni, giornalista, trecentodiecimila follower su Instagram. La Conte ha offerto alla cronaca un curioso contributo di riservatezza postuma, quella che arriva quando la notizia è già uscita dalla stanza ed è finita sulla bocca di tutti.
La notizia è in fondo banalotta. Vecchia come il mondo. Una relazione, non dichiarata sebbene di fatto confermata in un modo che vale più di una conferenza stampa. Con lei ci sarebbe Matteo Piantedosi, nientemeno che il ministro dell’Interno, sessantaduenne sposato con un prefetto, padre di due figlie.
Dal Viminale, ovviamente, nessun commento. Un vuoto che però pare suonare come una risposta. In maniera antica, collaudata, senza lasciare tracce agli atti.
E fin qui, sarebbe semplicemente costume. L’Italia, fortunatamente, ha elaborato nei secoli una tolleranza per queste vicende che non è banale ipocrisia. Il riconoscimento pragmatico che la vita privata e quella pubblica difficilmente coincidono, e che pretendere il contrario o è ingenuo o è strumentale.
Il problema infatti non è la relazione, quanto piuttosto il perimetro che le è cresciuto intorno. La presenza alla presentazione istituzionale su Aldo Moro, la nave Amerigo Vespucci, la nomina gratuita nella Commissione sicurezza della Camera. Tanti fatti che nessuno ha ancora spiegato in maniera convincente. E senza spiegazioni, i fatti si spiegano da soli con quella logica elementare che non richiede dolo, solo contiguità.
Quel che fa sorridere è che questo governo sembrerebbe conoscere bene la sequenza.
Sangiuliano, ultimo atto. Ma prima di lui la presidente del Consiglio in persona aveva liquidato il compagno storico con una comunicazione pubblica di rara freddezza istituzionale.
E proprio lei si trova a guidare oggi una squadra in cui la vita privata dei ministri tende a diventare fatto pubblico non per scelta ma per geometria — perché il privato e il pubblico, quando si sovrappongono, producono sempre una domanda che prima o poi qualcuno fa.
La domanda, stavolta, l’ha fatta un giornalista vicino a Fratelli d’Italia. Il che è un dettaglio non irrilevante: a pensar male certi imbarazzi non vengono dal caso.
Chissà. Quello che resta però è la frase. «Non posso negare» è la resa di chi forse voleva tacere ma non ha resistito. Più che coraggio o calcolato cinismo sembra quella debolezza tutta umana per cui, quando ti chiedono la cosa che sai, la risposta esce da sola, magari vestita di riservatezza, magari con un sorriso.
Poi precisi che sei «molto riservata» nella tua vita privata. E meno male che eri riservata, vien da pensare.
Del resto in Italia, nel dubbio, si nega. Tutto. Senza mai rinnegare niente.












