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Ma la scuola di Vannacci prevede la bocciatura?

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Il generale ha le idee chiare. La scuola deve essere dura e selettiva. Deve allenare alla frustrazione. Deve dividere gli alunni per merito, mettere insieme i bravi coi bravi e i meno bravi coi meno bravi, in modo che i primi corrano e i secondi ricevano “supporto mirato”. Una visione coerente, organica, militare.

Quasi.

Perché c’è una parola che Vannacci non pronuncia mai. Una parola sola, quattro sillabe, che nella sua visione dovrebbe essere la conseguenza naturale di tutto il resto: bocciatura. Se la scuola è selettiva, qualcuno viene selezionato fuori. Se allena alla frustrazione, qualcuno viene frustrato fino al punto di non passare. Se divide i bravi dai meno bravi, qualcuno resta meno bravo abbastanza a lungo da non andare avanti. La bocciatura è l’unico strumento concreto che una scuola “dura e selettiva” ha a disposizione per essere, appunto, selettiva. Eppure il generale non la nomina.

Una dimenticanza? Ma no, è che evocare la bocciatura è poco popolare.

La bocciatura costa. Costa alle famiglie, costa allo Stato, costa in termini di organici, di spazi, di tempo. Una scuola che boccia di più ha bisogno di più risorse per gestire chi resta indietro, non di meno. Vannacci non dice una parola sugli organici, sui precari, sull’edilizia scolastica, sul Sud dove le carenze strutturali sono croniche e sistematiche. La sua scuola dura e selettiva dovrebbe funzionare con gli stessi insegnanti precari di oggi, nelle stesse aule fatiscenti di oggi, con gli stessi fondi di oggi, ma con più frustrazione. Risorsa rinnovabile che non costa niente.

L’unica volta che la parola “bocciatura” compare nel vocabolario pubblico del generale è in occasione degli studenti che hanno rifiutato l’orale di maturità per protesta. Lì Vannacci è stato netto: vanno bocciati. Ma mica perché è una proposta pedagogica. È una risposta punitiva a una contestazione con pretese politiche. La selettività, in quel caso, non riguarda l’apprendimento ma la disciplina.

Poi ci sono le classi per livello, presentate con una certa disinvoltura, come misura inclusiva. I bravi con i bravi per correre meglio, i meno bravi con i meno bravi per ricevere supporto mirato. Il generale cita Francia, Germania e Inghilterra come modelli. Non cita il fatto che siano modelli in via di revisione o smantellamento proprio perché la ricerca pedagogica ha documentato quello che il buon senso suggerisce, ovvero che nelle classi basse gli stimoli calano, i docenti migliori gravitano verso le classi alte, e chi nasce in una famiglia con poco titolo di studio ci resta, in quella classe bassa, stabilmente. Cristallizzazione per origine sociale con una patina meritocratica sopra.

Poi c’è la “cultura fine a se stessa”, che non varrebbe la pena finanziare coi soldi dei contribuenti. Almeno qui Vannacci è onesto. Dice esplicitamente cosa intende per scuola: un luogo di formazione professionale, orientato al mercato del lavoro, dove i tre mesi estivi andrebbero impiegati a lavorare per iniziare prima a versare i contributi pensionistici. Il Latino, la Filosofia, la Storia sono lussi per chi se li può permettere privatamente. È una posizione antica, coerente e sbagliata. Che era già stata messa in discussione, per ragioni opposte, da un certo Giovanni Gentile: il quale aveva capito che una scuola senza cultura umanistica era una scuola mutilata. Era fascista, ma su questo aveva ragione.

Per il resto la coerenza latita. Una scuola dura che include selezionando. Che divide per livello ma non boccia. Che allena alla frustrazione ma non dice chi si fa carico di chi viene frustrato troppo.

La risposta alla domanda del titolo, alla fine, è no. La scuola di Vannacci non prevede la bocciatura ma la frustrazione degli altri, di quelli che finiscono nella classe C, senza che nessuno debba rispondere di nulla. È una scuola selettiva senza selezione, dura senza conseguenze, meritocratica senza investimento nel merito.

Una scuola, insomma, che assomiglia molto al convegno da cui viene: dura con gli assenti, indulgente con chi parla.

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