Gli americani, gli statunitensi per esser precisi, hanno un metodo antico e rudimentale per dire a qualcuno che sta esagerando: lo portano in tribunale.
Non è né elegante né rapido, e spesso non è nemmeno efficace — ma funziona meglio di un convegno, di un documento ministeriale o di un appello bipartisan alla responsabilità collettiva. Ed è esattamente quello che stanno facendo oltre 800 distretti scolastici americani contro Meta, Google, TikTok e Snapchat, con una causa multidistrettuale che ha un nome lungo come una diagnosi: Social Media Adolescent Addiction/Personal Injury Products Liability Litigation.
La tesi è semplice, brutale nella sua linearità. Le piattaforme hanno deliberatamente progettato funzionalità addictive per catturare e sfruttare l’attenzione dei bambini, e le scuole si sono ritrovate a pagare il conto. Non in senso figurato: il distretto scolastico di DeKalb County, in Georgia, dichiara di aver speso oltre 4,3 milioni di dollari tra supporto psicologico, nuovi piani didattici, gestione dei procedimenti disciplinari e riparazione dei danni materiali causati da studenti in preda alle cosiddette challenge virali. Soldi pubblici, destinati all’istruzione, finiti a tamponare le conseguenze di un modello di business fondato sulla dipendenza.
Il bello, si fa per dire, è che le aziende sapevano. Documenti interni di Meta citano ricercatori della stessa azienda che definivano Instagram “una droga” e si descrivevano come “spacciatori”. Un report interno di TikTok riconosceva che i minori non hanno la maturità cognitiva per controllare il proprio tempo sullo schermo. Documenti Snapchat identificavano lo scroll infinito e l’autoplay come “meccanismi di gioco malsani”. Sapevano, e hanno continuato. Questo, nei sistemi di common law, si chiama scienter, e trasforma la negligenza in qualcosa di molto più grave.
Il 25 marzo 2026 è arrivato il primo verdetto significativo: una giuria di Los Angeles ha stabilito che Meta e YouTube hanno progettato deliberatamente piattaforme addictive, condannandole a 6 milioni di dollari complessivi tra danni compensativi e punitivi. Poco, se rapportato ai profitti trimestrali di questi colossi. Ma il verdetto potrebbe influenzare l’esito di altre 2.000 cause pendenti, e questo cambia la prospettiva.
La vicenda viene ormai sistematicamente paragonata alla campagna legale contro Big Tobacco negli anni Novanta. Il paragone regge fino a un certo punto. Le sigarette uccidevano, e alla fine i produttori pagarono centinaia di miliardi in accordi extragiudiziali, ma continuarono a vendere sigarette. I social non uccidono direttamente, costruiscono dipendenze più sottili e diffuse, e nel frattempo si sono già infiltrati in ogni aspetto della vita sociale, compresa la scuola che oggi li querela. La differenza sostanziale è che puoi smettere di fumare; è molto più difficile smettere di esistere nell’unico spazio in cui esistono i tuoi coetanei.
Resta il fatto che, nel panorama globale, l’iniziativa americana rappresenta l’unica forma concreta di contropotere che si sia materializzata finora. Non una legge, non una direttiva, non un algoritmo etico ma una causa civile, con tanto di discovery, deposizioni dei CEO (Mark Zuckerberg è stato chiamato a testimoniare in aula) e giuria popolare. Grezzo, costoso, lento. Però reale.
In Italia, la replica sarebbe teoricamente possibile. Il problema è lo stesso che blocca molte buone intenzioni nel nostro sistema giuridico, e cioè dimostrare il nesso causale tra il funzionamento delle piattaforme e l’aumento della spesa pubblica scolastica. Un’impresa che richiederebbe anni di contenzioso, perizie costose e una magistratura che intanto è già oberata. Nel frattempo, le scuole italiane continuano a gestire il problema con circolari, divieti di cellulare in classe e qualche ora di educazione digitale inserita tra una verifica e l’altra.
In pratica, mentre gli americani querelano, noi convochiamo il collegio docenti.












