Siamo soli nell’universo? Speriamo di sì. Ma prima di rispondere a questa e ad altre domande di carattere escatologico e metafisico, vorrei soffermarmi su un problema più urgente e più vicino a noi, che riguarda il nostro difficile rapporto con gli americani, i quali, va detto subito e senza giri di parole, sono una nazione fondamentalmente seria. E questo è già di per sé un problema.
Prendete la religione. Noi europei, per non parlare degli italiani e perfino di noi napoletani, con la religione abbiamo un rapporto di vecchia conoscenza, come con un parente acquisito che non si può mandare via. Ce l’hanno spiegata i preti, ce l’hanno sconsigliata i filosofi, ce la siamo gestita a modo nostro per duemila anni tra un concilio e una bestemmia sottovoce. Il risultato è che la Bibbia, da noi, non la legge quasi nessuno. Non per ignoranza, ma per stanchezza storica. Abbiamo somatizzato, individualmente e collettivamente, venti secoli di dispute teologiche, agguati di preti impiccioni e illuminismi vari, e ne siamo usciti con uno strumento preziosissimo: il sorrisetto scettico. Il sorrisetto scettico, permettetemi di sottolinearlo, è una delle più alte conquiste della civiltà occidentale, e noi ne siamo i custodi naturali.
Gli americani, invece, la Bibbia la leggono. La leggono sul serio. La sottolineano, la recitano ad alta voce, ci si eccitano come con un copione da blockbuster. Ce l’hanno scritto sul dollaro che credono in Dio: “In God We Trust”. E quando aprono l’Antico Testamento lo fanno con quella faccia concentrata di chi sta leggendo il libretto di istruzioni prima di montare un mobile dell’IKEA.
Ecco quindi Pete Hegseth. Segretario alla Difesa, o come qualcuno lo ha già ribattezzato con più proprietà di linguaggio “segretario alla guerra”, che con la serenità di un predicatore di campagna che nemmeno nel Medioevo, guarda negli occhi i suoi spettatori e nobilita la guerra con Ezechiele 25:17. “Grande vendetta e furore ardente”, tuona, e i piloti A-10 pregano per “Sandy 1”, e Dio è con gli Stars and Stripes, e Teheran va rasa al suolo, e amen.
Tutto questo mentre noi europei, educati dall’Illuminismo e dall’esperienza dei santi iracondi, ci domandiamo se sia il caso di ridere o preoccuparci. Io, ad esempio, propendo per entrambe le cose. Ma in ordine diverso a seconda dell’ora del giorno.
Senonché, viene fuori che la parola di Dio non è di Dio. È di Jules Winnfield. Samuel L. Jackson, Pulp Fiction, 1994, regia di Quentin Tarantino, che quella scena l’aveva costruita come monologo da killer biblio-dipendente, con tutto il peso drammatico e cinematografico del caso. Il dettaglio che trasforma una storia di sospetto fanatismo in una storia da commedia degli equivoci. Roba che fa ridere dei tempi di Plauto. Ma loro a quell’epoca non c’erano ancora.
Il vero Ezechiele, quello originale, quello che scriveva senza l’assistenza di Hollywood, diceva solo: “Eseguirò su di loro grandi vendette con castighi furiosi; sapranno che io sono il Signore”. Punto. Secco. Niente “cammino del giusto”, niente “custode del fratello”. Tutto aggiunto da Tarantino per fare atmosfera, un pastiche cinematografico che nobilita un versetto altrimenti piatto come una circolare ministeriale.
Hegseth probabilmente non lo sa. Ha preso il mash-up hollywoodiano, lo ha trasformato in CSAR 25:17, Combat Search and Rescue, per i profani, e la Scrittura è diventata protocollo militare. Dio è entrato nel manuale operativo delle forze armate americane passando per un film con Uma Thurman.
Persino Le Figaro, non esattamente un covo di relativisti, ha titolato “Faux verset da Pulp Fiction”, con quella punta di orrore che i francesi conservatori riservano agli americani quando questi fanno cose che i francesi conservatori considerano degne degli americani.
Non c’è niente da fare. Quel dio della guerra “made in USA” non è il nostro. Troppo fiscale! Condanna o assolve senza appello, senza confessione, senza l’abbraccio del Padre misericordioso che noi cattolici e mediterranei abbiamo imparato ad apprezzare nei momenti difficili. Il Dio di Hegseth non conosce il sacramento, non conosce la pietà del perdono e ti tiene sulle spine con quella storia ansiogena della predestinazione, dei missili da crociera, elegge i buoni con i Tomahawk e fulmina i reprobi. È un dio etnico-nazionale, un Calvino da Far West, che santifica il drone come arca dell’alleanza.
Non c’è niente da fare. Non ci capiamo.
Noi, con duemila anni di Curia, Concili, Inquisizioni stemperate nel vino rosso benedetto e buon senso pagano che sopravvive sotto ogni strato di catechismo, vediamo la fede come dialettica, come eredità culturale, come qualcosa da affrontare senza rinunciare ad intelligenza ed ironia. Loro la vogliono viva, operativa, a portata di mano per ogni evenienza. E se serve la piegano al Grande Schermo e al Pentagono, con Tarantino profeta, Jackson santificato, ed Ezechiele remixato per Fox News.
E l’Iran? Pregherà il suo di Dio. Che poi sulla carta sarebbe lo stesso per tutti. Solo che a Washinghton deve essere quello dei suoi giorni più pignoli, a Teheran di quelli più nervosi, da noi ci viene quando vuole staccare un po’…












