C’è un momento, grossomodo alla fine di maggio, in cui proprio quel collega che per tutto l’anno si è lamentato dei compiti, troppi, troppo pesanti, i ragazzi non li fanno, i genitori protestano, io correggo e loro copiano, si trasforma. Qualcosa scatta. Gli occhi si illuminano di una luce particolare, quella dei convertiti e dei missionari. E inevitabilmente comincia ad assegnare i compiti per l’estate.
Però non sono compiti normali, quelli li aveva già sconfessati. Sono compiti estivi. Una categoria a parte, retta da una logica propria, immune alle obiezioni che avevano demolito i cugini invernali. Trenta pagine di grammatica. Un diario di lettura con scheda analitica. Ricerche su argomenti che a settembre non riprenderemo. Il tutto distribuito con la generosità di chi sa di non dover raccogliere.
Perché questo è il punto. I compiti estivi hanno una caratteristica che li rende unici nel panorama delle pratiche scolastiche: non vengono mai corretti. Non perché il collega sia negligente, anzi. Durante l’anno corregge, magari in ritardo, magari in fretta, ma corregge. I compiti estivi invece appartengono a un altro regime ontologico. Vengono consegnati. Dopodiché scompaiono, inghiottiti dal primo giorno di settembre, quando c’è l’appello, i libri nuovi, i ragazzi abbronzati, e nessuno ha voglia di tornare su niente.
Gli studenti lo sanno. Lo sanno da sempre, con quella saggezza pratica che i sistemi inutili producono nei loro utenti involontari. Qualcuno farà i compiti, per scrupolo o per abitudine. Qualcuno li farà copiare. Qualcuno scriverà il diario di lettura di un libro che non ha letto, e lo farà con una precisione che dovrebbe far riflettere sull’efficacia della didattica tradizionale. Qualcuno non farà niente, a settembre dirà che li ha dimenticati a casa e tutti fingeranno di credergli.
Il collega, dal canto suo, ha già dimenticato. Non i compiti, quelli li ha assegnati in buona fede, con la sincera convinzione di fare il proprio dovere. Ha dimenticato i ragazzi. Ha dimenticato che Tizio ha problemi con il congiuntivo e che Caia non ha ancora capito la differenza tra soggetto e complemento oggetto, e che forse Sempronio leggerebbe volentieri qualcosa se qualcuno gli dicesse cosa leggere e perché. Ha assegnato gli stessi compiti a tutti, quelli bravi che non ne hanno bisogno, quelli fragili che non riusciranno a farli senza aiuto, quelli nel mezzo che li faranno il 31 agosto in tre ore.
Il problema è che in questo collega, volendo essere onesti, possiamo riconoscerci un po’ tutti. Non sempre, non in tutto. Ma il gesto di assegnare qualcosa per avere la coscienza a posto, sapendo in fondo che non cambierà niente, lo conosciamo tutti. E bene. È il gesto di chi lavora dentro una struttura che premia la forma sulla sostanza da così tanto tempo che la distinzione comincia a sfumare.
I compiti estivi sono, nella migliore delle ipotesi, un rito. Nella peggiore, una piccola menzogna collettiva a cui partecipano insegnanti, studenti e famiglie con tacita, stanca complicità.
A settembre si ricomincia. Con gli stessi ragazzi, le stesse lacune, e la vaga sensazione che qualcosa, da qualche parte, si potrebbe fare meglio.
Poi arriva ottobre, e passa anche quella.












