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Erri De Luca: nessun genocidio a Gaza

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Erri De Luca parla yiddish, traduce la Bibbia e si dichiara sionista in Italia. Tre cose che, nell’ambiente culturale progressista italiano, equivalgono a presentarsi a un matrimonio con il lanciafiamme in mano. Chapeau per il coraggio. Meno chapeau per gli argomenti.

De Luca è andato a Gerusalemme, ha rifiutato il boicottaggio, ha detto che a Gaza non c’è un genocidio. Fin qui, posizioni che si possono sostenere. Il problema è il modo in cui le sostiene: con la sicurezza di chi ha già smesso di ascoltare le obiezioni.

La sua prova logica sul genocidio è che Israele ha spostato i civili, dunque non voleva sterminarli. Peccato che la Convenzione del 1948 non richieda lo sterminio totale, basta l’intenzione di distruggere un gruppo in tutto o in parte. Quel “in parte” è esattamente il nodo su cui la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata cautelarmente nel gennaio 2024. De Luca lo liquida con un’osservazione logistica. I giuristi internazionali, evidentemente, non hanno letto abbastanza la Bibbia.

Poi c’è l’analogia con l’Italia del ’45, Franco e la giunta argentina. Nessun popolo si libera da un regime senza una sconfitta militare esterna. Suggestiva ma zoppa. Mussolini era uno Stato. Hamas è un’organizzazione armata dentro una popolazione civile con cui intrattiene un rapporto fatto di consenso, coercizione e convenienza reciproca. Non è la stessa struttura. Ma De Luca preferisce la potenza dell’analogia alla sua precisione. Privilegio degli scrittori, non degli analisti.

Quello che resta, una volta tolta l’impalcatura, è una posizione di fondo non irragionevole che suona più o meno così: Israele ha diritto di esistere e difendersi, il boicottaggio è pigrizia morale travestita da gesto etico, e “genocidio” usato come insulto invece che come categoria giuridica non aiuta nessuno, tantomeno i palestinesi. Tutto vero. Ma poteva dircelo senza fare il portatore sano di certezze assolute.

De Luca ha costruito in questi anni la sua figura pubblica sull’isolamento come medaglia. Da un quarto di secolo evita premi, giurie e conventicole editoriali. L’eterodossia è diventata la sua forma più raffinata di ortodossia. Il costo personale alto, la parola pronunciata controvento, lo scandalo calcolato; tutto questo è parte del personaggio quanto della posizione.

Per uno scrittore, è una scelta legittima. Per un argomento, è una cambiale destinata a scadere.

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