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Conversioni tardive. Quando gli artisti scandalizzano ma solo da vecchi

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Nelle tradizioni religiose più generose esiste la conversione in articulo mortis. Ci si pente all’ultimo, si ottiene la grazia, si entra in paradiso. Goethe nel Faust ci ha costruito sopra un finale memorabile con Mefistofele che perde la scommessa per un soffio, beffato da una redenzione che arriva quando nessuno se l’aspettava più. Teologicamente funziona. Culturalmente è un’altra storia, perché nella cultura il tempismo conta quanto il contenuto.

Francesco De Gregori ha dichiarato che non gli va di fare il comizio nei teatri e che non si sente titolato a dispensare saggezza politica al prossimo e si è chiesto (a favore di telecamera) a cosa sia servito che Springsteen abbia criticato Trump pubblicamente. Erri De Luca ha detto che sionismo indica una cosa giusta e che genocidio è parola equivoca. Entrambi sono stati attaccati confusamente dai circuiti pro-palestinesi, il che gli ha perfino restituito una visibilità che non guasta.

Niente da dire sulla loro statura artistica. Ma la domanda non è se abbiano ragione o torto. La domanda è: perché adesso?

Il mercato culturale italiano del secondo Novecento aveva una regola non scritta ma universalmente osservata. Per essere presi sul serio, dalla critica, dalle case editrici, dalle platee, dai festival, bisognava pagare un pedaggio. Il pedaggio era culturale. Essere contro, possibilmente nella versione più radicale compatibile con una carriera regolare. Non necessariamente una tessera, non necessariamente una coerenza biografica verificabile. Bastavano l’atteggiamento, il lessico giusto, la frequentazione degli ambienti adatti. Chi teneva il passo prosperava. Chi non pagava veniva ignorato, che poi è la forma di marginalizzazione più efficace perché non lascia tracce.

De Luca ha abbandonato la militanza nel 1976. Ha fatto l’operaio, il muratore, il camionista. Ha imparato l’ebraico antico per leggere la Bibbia in originale. Una biografia coerente e per certi versi ammirevole. Eppure il suo successo editoriale, con Feltrinelli, i festival, le recensioni, il pubblico, è avvenuto tutto dentro quegli stessi ambienti che oggi lo attaccano. Non aveva bisogno di essere militante, gliene bastava l’alone, la figura dell’ex di Lotta Continua diventato operaio e lettore di testi sacri. Che in quell’ecosistema culturale funzionava benissimo. Era il dissidente domestico, presentabile. De Gregori aveva coltivato per decenni una riservatezza studiata, mai un’opinione troppo netta, mai un “scusate, ma vi sbagliate” detto chiaramente.

A spiegare che i tempi erano cambiati, era stato Guccini qualche anno fa. Il cantante che aveva chiuso i concerti per decenni con platee a pugno alzato cantando La Locomotiva, rilasciava interviste in cui spiegava di non essere mai stato comunista. Una smentita tecnicamente difendibile, visto che La locomotiva parla di un anarchico, non di un marxista-leninista, ma il pubblico che la cantava non faceva queste distinzioni e lui non si preoccupava di correggerlo. Non ancora.

Un modo per fregarsene sul serio esisteva, però. Era quello di dire all’establishment culturale di riferimento che stava sbagliando. Lo fece Giorgio nel 1980, due anni dopo l’assassinio di Moro. Pubblicò una sua canzone, Io se fossi Dio, con un’etichetta minore perché nessuna casa discografica aveva il coraggio di stampargliela. Le radio non la passavano. I partiti facevano finta di non sentire. Nella canzone attaccava “gli untuosi democristiani e i grigi compagni del piccì” senza fare distinzioni e senza aspettare che fosse diventato sicuro farlo. Aveva messo in conto il disco invenduto e la stampa contro.

De Gregori, De Luca e Guccini hanno galleggiato a mezz’acqua e ora si sbilanciano. Evidentemente possono farlo.

Perché intanto sono diventati vecchi, famosi. Non hanno niente da perdere e infatti non perdono niente. Le conversioni dichiarate possono essere genuine e probabilmente lo sono. Solo che la genuinità di un’opinione e il coraggio di esprimerla sono due cose diverse. I contro diminuiscono con l’aumentare dell’età, e quando i contro sono zero il gesto perde ogni peso specifico.

Chi ha pagato prezzi veri per dire cose scomode, nelle assemblee sindacali, nelle redazioni, nei corridoi dove costava davvero, non ha avuto la benevolenza della storia né la copertina dei giornali. Nel migliore dei casi è stato dimenticato senza appelli e senza cerimonie.

I tempi sono cambiati e probabilmente è una cosa buona. Ma la notizia non è che qualche intellettuale settantenne si permette oggi quello che non si è permesso ieri. Anche se quando lo fa chi ha un po’ di memoria non può fare a meno di sorridere a mezza bocca. La notizia è che per quarant’anni, mentre costruiva la propria di anticonformista duro e puro, non ha mai disturbato nessuno.