Una sezione socialista, a sinistra. Gennaio 1978
Nel gennaio del 1978 ero in seconda elementare e avevo sei anni. Eravamo quasi alla fine delle vacanze di Natale e dopo qualche giorno sarebbe arrivata la Befana, quando mia madre mi avvisò che nel pomeriggio sarei andato con mio padre a un incontro che sarebbe stato sicuramente noioso. Io dovevo fare il bravo e se fosse andato tutto bene, quando tornavamo mi avrebbe fatto mangiare una cosa buona.
Io promisi e dopo il riposino pomeridiano mi vestii e mi avviai con mio padre. Facemmo una passeggiata che dovette durare una mezz’oretta ed entrammo in una specie di negozio. Fuori era scritto Partito Socialista. C’erano manifesti, persone che fumavano e parlavano attorno a un signore anziano e ben vestito.
Quando mio padre lo vide, lo salutò da lontano, gli andò incontro e sorridendo gli porse la mano e gli disse: «Ciao compagno, ti ricordi del tuo allievo che si sta facendo vecchio, il compagno Gallo?». L’altro sorrise e gli strinse la mano chiedendogli di me, di mia madre, dei fratelli più piccoli e di quello appena arrivato.
Quel signore, mi spiegò mio padre, era un suo professore dell’università di alcuni anni prima e lui ci teneva ad andarlo a salutare. Probabilmente per rassicurarmi sul fatto che non saremmo rimasti a lungo e che toccava portare pazienza ancora un po’.
Quello che mi rimase impresso era che si davano tutti del tu e si chiamavano tra di loro “compagno”. Mi convinsi che doveva significare qualcosa di molto serio e mi ripromisi di chiedere spiegazioni. Intanto ascoltavo quello che si dicevano. Non capivo tutto, ma grossomodo capii che il capo del partito era un certo Craxi, che era antipatico ai “compagni” della sezione, ma che comunque non erano preoccupati perché l’obiettivo dell’uguaglianza sociale era sempre lì e nessuno lo poteva cambiare.
L’anno dopo, in mezzo alla strada, vidi un manifesto elettorale: sfondo blu, falce e martello sulla bandiera, la scritta “Vota Comunista.” Chiesi a mio padre se era il partito dove eravamo stati l’anno prima. Si fermò un momento prima di rispondere — uno di quei momenti in cui un genitore decide quanto semplificare. Mi spiegò che no, quello era un altro partito, il PCI, anche se il simbolo si assomigliava. Erano dalla stessa parte, quella dell’uguaglianza, ma non erano la stessa cosa. Poi aggiunse qualcosa che non capii bene e che in soldoni significava che la differenza contava.
Il maoista col cappotto altrui
Qualche anno dopo incontrai di nuovo la falce e il martello.
Mio padre aveva una galleria d’arte moderna, molto autogestita — il che significava che ci passava dentro mezzo mondo, e non tutto dello stesso tipo. Una sera, avevo appena cominciato la scuola media, entrò un giovane con una spilla sul bavero: rossa e oro, con un profilo in rilievo che non riconoscevo e una vistosa falce e martello. La spilla era bella, vistosa. Chiesi a mio padre chi fosse quel tizio raffigurato.
Fu il signore stesso a rispondermi. Mi spiegò che era come la falce e il martello, ma della Cina — dove stavano facendo la vera rivoluzione.
Era ricco. Si vedeva dal cappotto, dall’orologio, dal modo in cui occupava lo spazio. Rimase lì a parlare con mio padre e con altri che si chiamavano tra di loro “compagni” come quelli che avevo visto qualche anno prima nella sezione del partito socialista.
Quando se ne andò mio padre mi spiegò che apparteneva a un gruppo che si chiamava Servire il popolo. Erano i duri e puri della rivoluzione proletaria.
Alle loro riunioni, mi raccontò, erano abituati a entrare con un cappotto e a uscirne con un altro, scelto tra quelli appesi all’attaccapanni. Era la maniera per dichiarare il proprio rifiuto della proprietà privata, mi spiegava mio padre sulla strada del ritorno a casa.
Mentre mi raccontava molto divertito di queste stranezze partivano considerazioni rivolte solo nominalmente a me su argomenti tipo: come fosse curioso pretendere di rappresentare i lavoratori rimanendo al riparo dal lavoro.
Si incupì quando gli chiesi com’era la Cina. Mi disse che l’uguaglianza era un valore se potevano arrivarci tutti, mentre in Cina avevano deciso di fare fuori tutti quelli che non erano uguali a come diceva il partito. Smise di parlare con me e finì il tragitto verso casa bofonchiando da solo. Di quello che diceva capii solo un “compagno a me?”.
Bobbio, 1994: quando la sinistra ha bisogno di spiegarsi
Tredici anni dopo, nel 1994, Destra e sinistra di Norberto Bobbio era in tutte le vetrine delle librerie attorno all’università. Se eri un giovane universitario vagamente di sinistra non potevi resistere a comprarlo e leggerlo.
Bobbio cercava di dimostrare quello che a mio padre e ai suoi “compagni” era sembrato ovvio senza dimostrazione: che la sinistra era diversa dalla destra, e che la differenza stava nell’eguaglianza. La sinistra voleva ridurre le diseguaglianze. La destra non voleva o le accettava come naturali e immodificabili.
Era un argomento nobile. Era anche, in qualche modo, un argomento disperato — scritto nel momento peggiore: Tangentopoli aveva spazzato via tutto, Berlusconi era sceso in campo, il PCI aveva cambiato nome dopo che si era dissolto l’impero sovietico. La sinistra aveva bisogno di sapere ancora chi era. Bobbio glielo aveva spiegato al netto delle ideologie.
Il problema è che quando un’idea ha bisogno di un libretto che ne dimostri la superiorità, qualcosa è già andato storto.
Pizzorno, 1995: dall’eguaglianza all’inclusione
L’anno dopo, il 1995, il sociologo Alessandro Pizzorno riprese la discussione su cosa fosse la destra e cosa la sinistra in un editoriale per Repubblica. In quell’intervento, intitolato “Non più destra o sinistra”, Pizzorno suggerì che la dicotomia tradizionale fosse superata e che la vera linea di frattura politica fosse diventata quella tra chi era incluso nei processi decisionali e sociali e chi ne era escluso.
La sua proposta era una sostituzione apparentemente innocente: basta con la coppia sinistra/destra, largo alla coppia inclusione/esclusione. L’eguaglianza — disse — è uno stato delle cose, astratto, difficile da intestarsi. L’inclusione orienta la scelta morale in modo più netto: noi siamo includenti, quindi dalla parte del bene; loro sono escludenti, quindi dalla parte del male. Il gioco, finalmente, era fatto.
La sinistra adottò il nuovo frame con un entusiasmo che in retrospettiva si spiega facilmente. Non dovevi più dimostrare nulla sul piano della redistribuzione reale — salari, protezione, sicurezza. Bastava stare dalla parte giusta. E la parte giusta era quella che includeva.
L’inclusione senza bordi e i ceti popolari che spariscono
Quello che nessuno calcolò è che l’inclusione non ha bordi. L’eguaglianza ce li ha: puoi misurare quanto sei lontano dall’obiettivo. L’inclusione no. Si può sempre costruire una nuova categoria da includere, un nuovo soggetto fragile, una nuova rivendicazione da riconoscere. La rincorsa non finisce mai. E nel frattempo i ceti popolari — quelli che erano disposti a lottare nei partiti e nei sindacati, quelli che venivano dal lavoro e portavano con sé il peso di una settimana faticosa — sparivano dai radar.
Non era un caso. Ricolfi ricostruisce la genealogia con precisione. Con il compromesso storico di Berlinguer, per allearsi con la DC, il PCI aveva smesso di poter organizzare precari e lavoratori contro i loro (spesso piccoli) datori di lavoro. Era stata una rinuncia silenziosa, mai dichiarata, che aprì una crepa destinata ad allargarsi per decenni. L’inclusione, vent’anni dopo, fu la teologia costruita per abitare quella crepa — per continuare a sentirsi dalla parte degli ultimi senza doverli rappresentare davvero.
Bossi kingmaker: la domanda che la sinistra non raccoglieva più
E qui entra Bossi.
Negli stessi anni in cui la sinistra scopriva l’inclusione, un tribuno sgrammaticato che qualche anno prima non avrebbe trovato spazio in nessuna stanza seria diventava il kingmaker della politica italiana. Umberto Bossi cominciò a contare perché raccoglieva talmente tanti voti da poter decidere chi governava. Quei voti venivano in gran parte da chi non trovava più rappresentanza altrove. Quelli più esposti ai venti del cambiamento che domandavano protezione, sicurezza, qualcuno che stesse dalla tua parte contro chi poteva schiacciarti se lo decideva. La stessa domanda che circolava nelle sezioni e nei sindacati degli anni Settanta. Solo che la sinistra aveva smesso di raccoglierla. Era troppo impegnata a includere per ricordare chi doveva difendere.
Il signore con la spilla maoista che usciva con il cappotto altrui era, in fondo, un precursore. Ricco, colto, moralmente superiore, perfettamente al riparo dalle conseguenze delle proprie idee. La sinistra dei decenni successivi avrebbe prodotto quella figura in serie — fino a farne la sua base elettorale principale.
Mio padre che bofonchiava da solo sulla strada di casa… Forse aveva già capito.












