C’è una guerra silenziosa nelle scuole italiane. Anzi, no: è rumorosa, rumorosissima. Combattuta a colpi di comunicati stampa, striscioni, moduli online e convegni con buffet. Da una parte i Custodi della Tradizione, che vegliano affinché nessuno tocchi il sacro canone letterario nazionale. Dall’altra i Progressisti della Sensibilità Aumentata, che vorrebbero accompagnare ogni verso del Paradiso con un trigger warning. In mezzo, l’insegnante di lettere che alle 7:45 di mattina cerca parcheggio.
La posta in gioco, ci spiegano, è altissima: l’identità culturale italiana. Il che è già un risultato notevole, considerato che fino a ieri l’identità culturale italiana consisteva principalmente nel non leggere i libri di testo assegnati.
La minaccia woke
Per i Custodi della Tradizione il nemico ha un nome: politically correct. Si insinua nelle aule travestito da circolare ministeriale, corrompe i docenti con finanziamenti PNRR, e trasforma Manzoni in un manifesto intersezionale. Dante non può più essere Dante: deve essere decolonizzato, de-patriarcalizzato, de-fiorentinizzato. I Promessi Sposi vengono letti «solo attraverso lenti di genere», il che suona come un’operazione chirurgica più che una lezione di letteratura.
A difendere le Termopili del canone sono scesi in campo movimenti studenteschi di destra che compilano moduli online per denunciare i «professori di sinistra» — pratica nobile e antica, già sperimentata con successo in varie epoche storiche che è meglio non citare per quieto vivere.
Dante, dal suo settimo cielo, osserva. E probabilmente si chiede chi lo stia difendendo, esattamente.
La deriva reazionaria
Dall’altra parte, per i Progressisti della Sensibilità Aumentata, il nome del nemico è fascismo strisciante. Si insinua nelle aule travestito da «autonomia didattica», corrompe i docenti con la paura, e trasforma la storia in un’agiografia nazionalista. Il Risorgimento torna ad avere eroi, il Fascismo torna ad avere sfumature, la Resistenza viene «ridimensionata» — termine tecnico che nella scuola italiana significa circa tutto e circa niente a seconda di chi lo pronuncia.
Le Termopili, stavolta della coscienza critica, sono difese dai collettivi che appendono striscioni antifascisti e vengono sanzionati. Il che dimostra o che la scuola è diventata uno Stato di polizia o che appendere striscioni ai termosifoni della palestra danneggia i termosifoni. Probabilmente entrambe le cose.
Gramsci, dall’aldilà, osserva. E probabilmente si chiede chi lo stia citando, esattamente.
Nel mezzo del cammin
La cosa curiosa è che entrambi gli schieramenti concordano su un punto fondamentale: la scuola italiana è un campo di battaglia ideologica di primaria importanza. Il che sarebbe lusinghiero, se non fosse che la scuola italiana è anche un luogo dove il 30% degli studenti non capisce un testo scritto di media difficoltà, dove i laboratori scientifici hanno attrezzature del 1987, e dove il riscaldamento funziona a intermittenza da ottobre a marzo.
Dettagli materiali e noiosi. Privi di pathos narrativo.
Ben più urgente è stabilire se Leopardi vada letto come pessimista cosmico o come vittima del patriarcato familiare. Ben più cruciale è decidere se la Shoah vada affrontata con «sensibilità» (leggi: brevemente, per non turbare) o con «rigore storico» (leggi: esattamente come la affrontava già il libro di testo, che entrambi i fronti fingono di non aver mai aperto).
La soluzione
I Custodi della Tradizione propongono di tornare a Comte e Durkheim, «che interrogavano gli equilibri sociali senza prescrivere utopie». Proposta ammirevole. Peccato che Comte avesse fondato una religione dell’Umanità con tanto di calendario dei santi positivisti, e che Durkheim avesse le sue belle prescrizioni su cosa fosse normale e cosa no. Ma non importa: nelle guerre culturali i testimoni si citano, non si leggono.
I Progressisti della Sensibilità Aumentata propongono di «problematizzare i testi canonici». Proposta altrettanto ammirevole. Peccato che «problematizzare», nel 90% dei casi, significhi sostituire una lettura pigra con un’altra lettura pigra, facendo solo attenzione al vocabolario giusto.
Nel frattempo, l’insegnante di lettere ha trovato parcheggio. Entra in classe. Apre il libro a pagina 47. Chiede se qualcuno ha fatto i compiti.
Silenzio.
Eccola, la vera identità culturale italiana. Intatta. Inviolata. Al sicuro da ogni deriva.












