C’è un’immagine che mi è rimasta in testa dopo la chiusura delle urne ed il risultato del referendum di ieri. È quella delle toghe in festa al Tribunale di Napoli con Bella Ciao che rimbalza tra le aule. Abbracci, lacrime di sollievo, qualcuno che non saltava era Nordio, Meloni o addirittura qualche collega schierato per il Sì. Liberazione. Dopo mesi di campagna, di spot, di manifesti («È giusto dire No»), di un milione di euro speso dall’ANM per spiegare agli italiani che la democrazia era in pericolo, i magistrati festeggiano con la colonna sonora della Resistenza.
Un’immagine che ho visto quasi di sfuggita, ma che (misteri della mente umana, anzi della mia mente) mi è rimasta talmente impressa da ritornare continuamente prima di addormentarmi. Un’immagine dotata di una dissonanza che non sono riuscito a capire. Fino a stamattina, quando al risveglio ho avuto il più classico degli insight e ho finalmente capito cosa non andava.
Non era il referendum, nemmeno i festeggiamenti scomposti (quelli ci stanno come in ogni cosa che assomigli ad una competizione). Era la colonna sonora.
Bella Ciao: la canzone che non esisteva
Intanto è cosa nota che Bella Ciao non nasce davvero come canto dei partigiani. Ancora peggio, probabilmente proprio i partigiani non l’hanno mai cantata.
A spiegarlo era stato decenni fa uno che il partigiano lo aveva fatto, Giorgio Bocca. Le tracce della canzone nelle memorie, nei diari, nei documenti dell’epoca resistenziale sono assenti. I canti dei partigiani c’erano, ma in genere erano quelli dei comunisti: Bandiera Rossa, Fischia il vento soffia la bufera.
Bella Ciao come canzone «della Resistenza» emerge con certezza solo nel dopoguerra, molto probabilmente come operazione culturale della sinistra italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, che aveva un problema preciso: aveva bisogno di un inno che non fosse apertamente comunista. Bandiera Rossa e L’Internazionale avrebbero creato imbarazzo in piena Guerra Fredda, con la DC al governo e il PCI che cercava rispettabilità. Serviva qualcosa che suonasse popolare, rurale, pre-ideologico. Qualcosa che potesse cantare anche un partigiano cattolico senza sentirsi a disagio. Qualcosa di abbastanza neutro da sembrare autentico.
Il risultato fu un oggetto culturale costruito a tavolino per sembrare spontaneo, progettato fin dall’origine per la massima adattabilità. Non uno strumento che col tempo si è logorato: uno strumento che funziona perfettamente ogni volta che si individua un nemico contro cui lottare fino alla morte.
La consacrazione ufficiale arriva nel 1964, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, in un’epoca in cui la memoria della Resistenza aveva già subito la sua prima grande operazione di restauro narrativo. Da quel momento Bella Ciao è patrimonio condiviso, inno ufficioso, simbolo intoccabile. Fa niente che la sua storia mitologica, la sua “narrazione”, sia tecnicamente “inventata”.
La liberazione dei garantiti
Ora torniamo ai festeggiamenti al Tribunale di Napoli. Chi è che canta?
I Magistrati ovviamente. Fa niente che più che partigiani “saliti in montagna” siano funzionari dello Stato praticamente inamovibili, con carriere blindate, dotati di un organo di autogoverno — il CSM — che li sottrae alla gerarchia ministeriale, protetti da un sistema di correnti interne così robusto da aver prodotto, qualche anno fa, lo scandalo Palamara. Una corporazione che, a onor del vero, non tremava tanto per la separazione delle carriere in sé — misura adottata in quasi tutta Europa — quanto per il sorteggio dei componenti del CSM, che avrebbe messo a rischio il meccanismo ben rodato con cui le correnti distribuiscono incarichi, presidenze, procure apicali. Il cuore del problema non era l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo: era l’indipendenza dalle correnti dei magistrati che fossero stati sorteggiati per gli incarichi di vertice.
Evidentemente, però, chi festeggia si sente come i partigiani. Sente di aver combattuto e vinto contro un governo sciaguratamente eletto che aveva inserito la riforma addirittura nel programma elettorale, l’aveva portata in Parlamento dove una maggioranza l’aveva approvata, e aveva poi rimesso la decisione agli italiani con un referendum, come previsto dalla legge e dalla Costituzione.
Ora non so come la pensiate, ma a me un po’ fa impressione il richiamo alla Resistenza fatto da un pezzo di Stato che canta la liberazione contro un altro pezzo di Stato. Anche perché, al netto dell’autenticità della canzone, l’intenzione originale sarebbe il ricordo di chi combatteva rischiando il plotone di esecuzione nazifascista.
Il Che del Tribunale
A me pare che la scelta del registro per i festeggiamenti — ripeto, assolutamente legittimi anche quando tracimano, perché vincere fa piacere, si capisce — abbia una venatura sinistramente grottesca. Le armate partigiane sfidavano fucilazioni, deportazioni, inverni in montagna. I magistrati napoletani sfidavano il sorteggio. Ernesto Che Guevara morì in Bolivia combattendo contro oligarchie sostenute da Washington. I Che del Palazzo di Giustizia di Napoli hanno combattuto per non cambiare il metodo di elezione dei consiglieri del CSM.
Non è che non è la stessa cosa. È che non è nemmeno possibile il paragone.
Ma la canzone è la stessa e l’effetto evocativo pure. Il che dice qualcosa su cosa sia diventata Bella Ciao: da inno ad evocativo jingle corporativo. Non un simbolo preciso, ma un costume di carnevale che chiunque si senta leso nei suoi diritti, siano pure privilegi, può indossare. E così come ha funzionato per la Resistenza funziona anche per la lotta dei magistrati. E funzionerà per i prossimi che ne avranno bisogno. La neutralità originaria sconta i tempi confusi che viviamo e funziona fino in fondo.
La solidarietà dei compañeros
Intanto dall’estero arriva la voce di Yolanda Díaz, vicepremier spagnola, che esulta su X per la sconfitta del «progetto di assoggettamento della giustizia all’esecutivo». Solidarietà commovente, ma un tantino ardita, visto che in Spagna il pubblico ministero è separato dai giudici per Costituzione e il suo vertice — il Fiscal General del Estado — è nominato direttamente dal governo, con la firma del Re. Il modello che Díaz chiama «sottomissione della giustizia» quando lo propone Nordio, a Madrid è semplicemente la normalità istituzionale da decenni perché il nome lo fa il companero Pedro Sanchez.
E del resto, in Spagna, Bella Ciao la cantano i ladri della Casa di Papel. Compañeros, certo — ma che sbagliano. Evidentemente il confine tra chi opprime e chi resiste, da quelle parti, è questione di prospettiva.
Ciao ciao, belli
Bella Ciao ha percorso la traiettoria che le era stata assegnata fin dall’inizio: strumento flessibile, contenitore disponibile, inno di chiunque si senta oppresso da qualunque cosa. Non è degenerata, si è solo compiuita la sua “mission al passo con i tempi. Ha funzionato esattamente come era stata progettata: abbastanza neutra da adattarsi a tutto, abbastanza evocativa da sembrare sempre seria.
Ma non abbastanza da impedirci di sorridere con un po’ di stupore quando si canta per commentare il risultato di un referendum popolare.
Ciao bella, ciao. Anzi, addio.












