C’è una cosa che Donald Trump conosce bene: il tavolo da gioco. Non quello diplomatico, quello vero, con le luci al neon, il bourbon e le chips. Probabilmente il suo modello di politica estera viene direttamente dai casinò di Las Vegas, dove ha perso fortune prima di imparare che il vero potere non sta nelle carte che hai in mano, ma nella faccia che fai mentre le tieni.
E lui la faccia ce l’ha. Sempre incazzata, sempre sul punto di fare una cosa orribile. È la sua poker face, ed evidentemente pensa che funzioni.
Se non fosse che stavolta non era seduto al tavolo del Caesars Palace ma a quello delle potenze mondiali, con le armi al posto delle chips. E le armi, a differenza delle chips, non spariscono quando finisce la mano.
Per quarantotto ore il mondo ha creduto, o ha fatto finta di credere, che Trump stesse davvero per «portare alla morte l’intera civiltà iraniana». Centrali elettriche, ponti, infrastrutture energetiche: un crimine di guerra annunciato su Truth come se fosse una promozione del weekend al Trump Hotel. Poi, 88 minuti prima della deadline apocalittica, il cessate il fuoco. Che però sembra un abbandono della mano annunciato con la solita faccia da poker
Gli altri giocatori al tavolo, in realtà, leggono le mani del trumpone d’assalto con rara lucidità. Alla sua tattica hanno dato perfino un nome, un acronimo. TACO. Trump Always Chickens Out. Si tira sempre indietro.
Intanto al tavolo dei negoziati ad Islamabad non andrà Marco Rubio. Andrà J.D. Vance, con Jared Kushner e Steve Witkoff al seguito. Rubio è il Segretario di Stato, il ministro degli Esteri per definizione. E scavalcarlo non è un dettaglio procedurale.
Trump sapeva che Rubio, l’Arabia Saudita, Israele e gli Emirati premevano per non concedere nessuna pausa all’Iran. Ha mandato chi voleva la tregua a negoziare la tregua. È il capo che di fronte ai collaboratori che non condividono la linea dice: bene, fatemi vedere se ne siete capaci. Un modo per avere ragione comunque, qualunque cosa accada.
I pericoli a giocare a poker con le armi sul tavolo, però, li spiega una favola più antica della diplomazia che calza meglio di qualsiasi analisi. Qualche millennio fa, Trump non c’era, ma la dinamica sì, un pastore urlava «al lupo» per divertimento. Il villaggio accorreva. Il lupo non c’era. Finché il lupo arrivò davvero, e fece una strage di pecore senza nessuno che corresse a fermarlo.
È Trump che ha urlato «al lupo» con la bomba in mano. Il mondo si è fermato, ha trattenuto il fiato, ha pregato. Letteralmente. Il Papa ha pregato, con parole che i politici «esitano a usare». Poi il lupo non è arrivato e tutti hanno tirato un sospiro di sollievo, pensando che fa sempre così.
Guardiamo però cosa è rimasto sul tavolo quando le carte sono state girate.
L’Iran non si è spostato di una virgola. I dieci punti della proposta di Teheran, riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio, ritiro delle forze americane dalla regione, revoca delle sanzioni, risarcimento dei danni di guerra, erano lì prima della guerra e sono lì adesso. Trump li ha definiti «una base valida su cui negoziare». Poche ore prima voleva distruggere il paese che li aveva scritti.
Il dettaglio più importante, quello che resterà quando i mercati si saranno calmati e i giornali avranno trovato un’altra storia: lo Stretto di Hormuz è diventato ufficialmente roba iraniana. Non de facto, ufficialmente. Il cessate il fuoco riconosce all’Iran il controllo del collo di bottiglia energetico del pianeta come leva negoziale legittima. Prima della guerra non ce l’aveva. Ora sì. È il guadagno strategico più grande che Teheran potesse sperare, ottenuto sotto una pioggia di bombe.
E l’Italia? Il governo Meloni si è mosso con un comunicato che non nomina Trump, non critica Trump, non fa nulla che possa irritare Washington. Lo ha fatto solo dopo che il Papa aveva usato quelle famose parole vibranti «che i politici esitano ad usare». Timidamente, Crosetto si aspettava unità dall’opposizione mentre ammetteva al Corriere di temere la bomba atomica.
La morale della favola è sempre la stessa. Quando il pastore urla «al lupo» troppo spesso, succedono due cose. Il villaggio smette di correre e il lupo capisce che può avvicinarsi.
Trump ha bluffato. È finita bene questa volta. Ma ogni bluff che funziona rende il prossimo sempre più spericolato e necessario. E il mondo meno capace di distinguere la minaccia dalla farsa.
Sempre più urgente, a questo punto, che qualcuno spieghi a Trump che il Risiko non è il poker e che prima o poi qualcuno prenderà sul serio i suoi bluff e rilancerà. Con le bombe, non con le chips in plastica dorata.












