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Solovyov insulta Meloni. Il conto dell’ambiguità

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In diretta televisivam, Vladimir Solovyov insulta Giorgia Meloni in italiano. Mica un dettaglio di colore. Chi parla in italiano su Rossija 1, sta parlando con i russi ma vuole farsi capire immediatamente dagli italiani.

L’attacco del principale propagandista del Cremlino arriva in una settimana precisa.

Il 12 aprile Orbán perde le elezioni ungheresi dopo sedici anni, la sconfitta più netta della cosiddetta democrazia illiberale europea. Il 15 aprile Zelensky è a Palazzo Chigi, firma il Drone Deal, riparte con la garanzia del pieno sostegno italiano. Lo stesso giorno Trump attacca Meloni per la seconda volta: “con chi nega aiuto non abbiamo più lo stesso rapporto”, dice a Fox News, ricordando che l’Italia dipende dal petrolio che passa per Hormuz.

Sei giorni dopo Solovyov la processa in diretta, in italiano, per aver “tradito Trump al quale aveva giurato fedeltà”.

Non sembra proprio una sequenza casuale, somiglia piuttosto ad una liquidazione in piena regola.

Meloni è arrivata al governo mostrandosi amica di Orbán, mai dichiaratamente contro Putin, ma nell’orbita giusta. Poi ha giurato fedeltà al Patto Atlantico con Biden, senza strappi. Ha esultato per l’elezione di Trump, convinta forse di aver trovato la figura che avrebbe risolto la contraddizione. Il Presidente americano che stava con lei contro l’Europa progressista, senza chiederle nulla di scomodo. Una posizione ambigua tenuta in piedi da tre pilastri: Orbán, Biden e la NATO, Trump. Tre pilastri che erano già in contraddizione tra loro fin dall’inizio.

La scommessa di Giorgia era che la storia si potesse sospendere abbastanza a lungo da non dover scegliere. Non è andata così.

Quando Trump ha chiesto le basi per l’Iran, Meloni ha detto no. Su quel punto non poteva dire sì senza far saltare il suo posizionamento europeo. Quando Orbán è caduto, è sparito l’unico leader che la rendeva visivamente moderata per contrasto. Quando l’Europa ha chiuso i ranghi intorno a Zelensky e contro la partecipazione diretta alla guerra in Iran, la posizione di mezzo è diventata insostenibile. A quel punto la scelta era obbligata, e Meloni l’ha fatta. Con garbo, con le formule giuste, senza drammi. O almeno così pensava.

Se Trump ci ha abituati alle sue “esternazioni” naif, Mosca non perdona chi stava nel mezzo e poi sceglie. E Solovyov, che non improvvisa mai, usa contro di lei l’accusa più raffinata disponibile: non “sei atlantista”, che sarebbe banale, ma “hai tradito Trump”. Sa che quella accusa fa male alla base elettorale di Meloni molto più di qualsiasi critica filo-russa diretta. Colpisce servendosi delle stesse parole di Trump come arma.

Il risultato è che Meloni si ritrova oggi attaccata da entrambe le sponde. Ha perso il rapporto privilegiato con Washington senza guadagnare alcuna benevolenza da Mosca, intanto sperimenta il peggio dei due mondi. Che è esattamente il rischio di chi costruisce la propria posizione sull’ambiguità invece che su una linea priva di contraddizioni.

Perché l’ambiguità non è una strategia, piuttosto un credito che si esaurisce. Con il problema che quando si esaurisce, tutti i creditori si presentano insieme.

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