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Segregazione scolastica: la grande fuga dalle scuole miste. Come la scuola segrega senza dirlo

segregazione scolastica

È uno dei fenomeni più studiati — e più preoccupanti — della scuola italiana. Gli studiosi la chiamano con un nome che lascia poco alla fantasia: segregazione scolastica. È quando i figli degli italiani benestanti finiscono tutti insieme nelle stesse scuole, mentre i figli dei poveri e degli stranieri si ammassano altrove. È un meccanismo perfetto: divide per censo, etnia e aspettative, ma lo fa con l’eleganza del mercato libero. Nessuno discrimina ufficialmente, tutti scelgono “per il bene dei ragazzi”.

Il risultato? Una macchina che riproduce disuguaglianze con efficienza industriale. Prende le disparità sociali che esistono già e le amplifica, le cristallizza, le trasforma in destino educativo. È la storia nascosta di come, senza mai ammetterlo, anche l’Italia ha costruito un sistema scolastico a caste.

E il bello è che non è successo per cattiveria o nostalgia fascista, ma si tratta di un effetto collaterale delle riforme di centrosinistra degli anni Novanta, pensate per modernizzare la scuola pubblica. L’autonomia scolastica che doveva avvicinare l’istruzione ai bisogni del territorio, ha invece trasformato l’educazione in un supermercato dove vince chi può permettersi di fare la spesa nel reparto premium.

Milano, laboratorio dell’apartheid educativo

Se volete vedere come funziona la segregazione scolastica italiana, prendete un treno per Milano. La città è il laboratorio perfetto: quartieri multietnici, scuole monocromatiche. Cambiata strutturalmente con i grandi flussi migratori degli anni ’90, è il terreno sul quale i ricercatori del Politecnico hanno misurato il fenomeno con precisione chirurgica con uno studio ad hoc pubblicato nel 2017 da Franco Angeli: il 40% delle famiglie italiane sceglie scuole statali fuori dal proprio bacino, seguendo una traiettoria che va sempre dalla periferia verso il centro. Un altro 20% punta direttamente al privato paritario.

Il paradosso è spettacolare: Milano ha una segregazione scolastica più alta della segregazione residenziale. In pratica i milanesi abitano negli stessi quartieri, ma mandano i figli in scuole diverse. Spesso radicalmente diverse. Possono anche condividere il pianerottolo, ma non la classe per i figli.

Costanzo Ranci, che ha studiato il fenomeno per anni, lo chiama “auto-segregazione”. Le famiglie di ceto medio non dicono mai: “Scappiamo dagli stranieri”. Sarebbe politically incorrect. Dicono: “Cerchiamo qualità didattica, progetti innovativi, famiglie collaborative”. Ma dietro questa retorica pedagogica si nasconde una ricerca ossessiva: persone come noi. È la costruzione del capitale sociale per via scolastica.

L’illusione della paura

La verità? Qui la ricerca empirica demolisce i luoghi comuni. L’analisi dei dati INVALSI sulle scuole milanesi rivela una verità che è scomoda: l’effetto di avere molti studenti stranieri o svantaggiati sui risultati è praticamente nullo nella primaria e modesto nella secondaria. I bassi rendimenti nelle scuole-ghetto dipendono dallo status socioeconomico degli studenti, non dal loro passaporto.

Le famiglie italiane fuggono da un pericolo che non esiste. Ma la loro fuga crea un pericolo reale per chi resta. Gli studenti concentrati nelle scuole-ghetto perdono l’effetto trainante dei compagni con aspettative più alte. E non solo: queste scuole diventano palestre per insegnanti novizi che cercano appena possibile il trasferimento verso lidi più tranquilli ma soprattutto più prestigiosi.

È un circolo vizioso perfetto. Le scuole difficili attirano docenti in transito, che a loro volta rendono le scuole più difficili, che alimentano la fuga delle famiglie, che concentra ulteriormente lo svantaggio.

Il Mezzogiorno e la segregazione invisibile

Al Sud la segregazione cambia faccia ma non sostanza. Non è fuga verso scuole migliori, è fuga dalla scuola punto e basta. La Campania guida la classifica degli abbandoni: 17,6%, più di Sardegna e Sicilia. A Napoli il 6% dei ragazzi molla prima del diploma. A Caserta metà degli studenti ha un profilo socioeconomico che in sociologia si definisce “a rischio”.

La povertà educativa meridionale non produce scuole-ghetto alla milanese. Produce territori-ghetto dove l’istruzione semplicemente non attecchisce. Ma l’effetto finale è identico: concentrazione dello svantaggio, perdita della mixité sociale, cristallizzazione delle disuguaglianze.

Come l’autonomia scolastica ha creato il Far West educativo

Il verdetto della ricerca è spietato. L’autonomia scolastica — la riforma di Bassanini e Berlinguer della fine degli anni ’90 — ha trasformato la scuola pubblica in un mercato educativo che amplifica le disparità invece di ridurle. Con l’abolizione del vincolo di residenzasono state liberalizzate le iscrizioni. L’intento dichiarato era quello di democratizzare. Ha finito per segmentare, trasformando la scelta della scuola in un mercato per le famiglie che possono scegliere l’istituto sulla base di criteri diversi da quello tradizionale del “bacino di utenza” legato al luogo di residenza.

Il meccanismo è elementare. Le scuole competono per attrarre gli studenti “migliori” — che tradotto significa: famiglie motivate e con risorse. Questo spinge gli istituti a differenziarsi, a cercare la propria nicchia di mercato. Le scuole più brave nel marketing attirano le classi medie. Quelle meno abili si ritrovano con il residuo: studenti fragili, famiglie problematiche, risorse in calo.

È una sorta di vero e proprio darwinismo scolastico nel quale sopravvive chi sa vendere il proprio prodotto educativo, con l’effetto imprevisto che in questo modo i più forti sarebbero diventati sempre più forti, i più deboli sempre più deboli.

Il white flight all’italiana: fuga di classe mascherata da pedagogia

Il cuore del fenomeno è quello che i sociologi chiamano white flight — la fuga delle famiglie italiane di ceto medio dalle scuole di quartiere ad alta presenza di studenti stranieri o svantaggiati. Possiamo chiamarlo più semplicemente fuga dalla diversità. È il cuore pulsante della segregazione italiana. Ma attenzione: non è quasi mai razzismo esplicito. È più spesso classismo camuffato da buone intenzioni educative.

Le motivazioni delle famiglie in fuga vanno dal “cerchiamo una scuola con progetti STEAM” al “vogliamo insegnanti stabili” al “ci serve un ambiente stimolante”. Tutto sacrosanto. Il problema è che “ambiente stimolante” si traduce sistematicamente in “ambiente sociale omogeneo verso l’alto”.

Non è frutto di cattiveria, piuttosto di istinto sociale. Ogni genitore vuole il meglio per suo figlio. Ma quando tutti i genitori con mezzi fanno la stessa scelta razionale, il risultato collettivo è irrazionale: un sistema che tradisce la sua vocazione integrativa.

E ora? Il realismo necessario

Una soluzione? Disgraziatamente le ricette facili funzionano raramente. Gli appelli morali alle famiglie sono inutili come i vincoli burocratici. La segregazione scolastica non si combatte con la predica e neppure con il ritorno al bacino di utenza obbligatorio. L’unica soluzione sarebbe rendere tutte le scuole davvero attrattive, rendere meno difficili le scuole difficili.

Facile a dirsi più che a farsi, dato che poi c’è un’altra verità più dura da digerire. La segregazione scolastica è lo specchio di una società sempre più disuguale. La scuola può temperare le disparità, non eliminarle. Se fuori dalle aule la polarizzazione sociale aumenta, dentro le aule si rifletterà inevitabilmente.

Il problema vero non è la libertà di scelta delle famiglie, ma che solo alcune possano farlo davvero e le altre debbano limitarsi a prendere quello che resta. Una “libertà di scelta” per alcuni a cui corrisponde la concentrazione forzata per altri.

La ragione stessa della scuola pubblica era quella di creare uguaglianza nelle opportunità educative; rischia di diventare il principale meccanismo produttore di disuguaglianza sociale. Non per volontà esplicita e neanche per malafede: per inerzia strutturale.

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