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Rischio docente: l’ultimo che dice no

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A Trescore Balneario, marzo 2026, un tredicenne ha accoltellato la sua professoressa di francese in classe trasmettendo tutto in diretta su Telegram. Nel manifesto depositato sullo stesso canale prima di entrare spiegava di aver voluto uccidere il padre, ma di non aver trovato il coraggio. La professoressa era più accessibile. Due mesi dopo, a San Vito Lo Capo, un dodicenne si è cambiato nei bagni della scuola, ha indossato un casco con una GoPro, è entrato in classe con due coltelli e ha aggredito il professore di tecnologia in diretta. Nessun pentimento davanti ai magistrati. I follower su TikTok, nelle ore successive, sono raddoppiati. A Parma, stessa settimana, tre ragazzi hanno seguito un professore nel parco e lo hanno picchiato. Anche lì c’era un video. Il professore aveva rimproverato a viso aperto uno di loro per aver calciato una lattina vuota contro una macchina in sosta.

Tre episodi diversi per dinamica, età, contesto geografico. Con una costante: l’insegnante come bersaglio.

Massimo Recalcati ha chiamato la nostra epoca quella della generazione Telemaco in contrapposizione alla classica figura di Edipo. La differenza è sostanziale. Edipo uccide il padre per prenderne il posto, per individuarsi, per diventare soggetto. Il parricidio, normalmente simbolico, fa parte del processo di crescita naturale. Telemaco invece aspetta sulla riva. Suo padre Ulisse non c’è, è sparito, e lui non ha niente da abbattere, ha solo un’assenza da colmare. La crisi generazionale contemporanea, secondo Recalcati, non è di troppa autorità paterna ma di troppo poca. Il padre si è dissolto nel permissivismo, nell’amicizia orizzontale, nella delega al cellulare. E il figlio, senza una Legge simbolica contro cui misurarsi, non si libera ma si smarrisce.

Il tredicenne di Trescore cercava un padre da abbattere senza trovarlo. Allora ha cercato un sostituto, qualcuno che stesse in piedi, che avesse un nome istituzionale, che fosse raggiungibile. E lo ha scritto senza metafore, con la precisione fredda di chi ha le idee chiare. Volevo uccidere mio padre, non ho avuto il coraggio, la professoressa era più accessibile. Una mappa operativa più che una confessione psicologica.

Il docente resiste come simbolo di autorità non per scelta ma per funzione. È l’ultimo presidio di un’autorità che altrove si è fatta da parte. Valuta, boccia, richiama, dice no. Non è necessariamente il più oppressivo, è semplicemente il più visibile e il più sprovvisto di protezione reale.

Lo ha detto il professore di San Vito Lo Capo con la stanchezza di chi conosce il problema dall’interno. I ragazzi stanno soli per giornate intere, entrambi i genitori lavorano, il punto di riferimento è diventato il cellulare. La scuola, aggiungeva, è disarmata. Non può colmare le lacune delle famiglie.

Non può. Ma i ragazzi sono a scuola ogni giorno e combattono con le regole della scuola e dei professori più che con quelle che trovano a casa. Regole che il docente deve far rispettare. Ma nel farlo si espone.

C’è però un elemento che né Freud né Recalcati avevano in agenda che è la diretta sui social. La violenza non è solo uno sfogo, è anche una performance. Il pubblico dei pari conta quanto il bersaglio. I follower che raddoppiano dopo l’aggressione non sono un dettaglio: sono la misura del successo dell’operazione. Il docente non è solo il padre sostitutivo su cui scaricare la violenza che il padre biologico non consente, è anche il mezzo per diventare qualcuno, per essere riconosciuti.

E a questo punto palcoscenico e vittima coincidono.

Il tredicenne di Trescore sapeva di avere tredici anni e di non essere imputabile, e lo scriveva come vantaggio tattico. L’autorità era calcolabile, la pena no. È la dissoluzione della Legge che ancora Recalcati descrive portata alle sue conseguenze pratiche. Quando il limite simbolico sparisce, rimane solo il limite fisico che va testato direttamente.

Le reazioni che seguono questi episodi, i comunicati ministeriali, le richieste di pene esemplari, le dirette televisive con gli esperti di disagio giovanile, non spiegano niente di tutto questo. Spiegano invece qualcosa su di noi, che preferiamo indignarci sul sintomo piuttosto che guardare la malattia. La malattia è che abbiamo costruito una o più generazioni senza padri simbolici e poi ci stupiamo che si vada a cercarseli altrove, nei modi più disperati e concreti che si possano trovare.

Il mestiere di insegnante non è diventato pericoloso perché i ragazzi sono diventati cattivi. È diventato pericoloso perché è rimasto l’unico posto dove qualcuno dice ancora no. E il no, quando non lo hai mai sentito da nessun’altra parte, fa uno strano effetto.

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